Andare oltre

La scorsa settimana ho dato le dimissioni dalla carica di presidente di ASPO-Italia che occupavo dal 2011.

Di Luca Pardi

In figura: Rappresentazione dell’ecosfera terrestre con le sue componenti. Adattata da Kump et. al 2010.

 

Era tempo che ci fosse un avvicendamento a prescindere dalle ragioni contingenti che mi hanno portato a quella decisione. In ogni associazione, per piccola che sia, e a conferma dell’infinita varietà umana, coesistono da sempre diverse anime. Uno dei temi che periodicamente si manifesta è quello della specializzazione e della comunicazione. Siamo un’associazione scientifica che si occupa di risorse, economia e ambiente quindi è di questi argomenti che si dovrebbe parlare. Non è poco. Di fatto è quasi tutto. Quindi è un’associazione assai poco specializzata. Vogliamo escludere, forse, i giudizi sul campionato di calcio e sul cinema? Non sempre. Infatti, almeno episodicamente, sia i fatti che avvengono intorno allo sport che quelli cinematografici rimandano ai temi a noi cari. Alcuni soci manifestano, periodicamente, una certa insofferenza per l’eccesso di presenza di argomenti che non li interessano. In particolare le discussioni politico- ideologiche che alcuni soci intavolano, spesso incrociando le armi, e alle quali raramente mi sono sottratto, vengono percepite come fastidiose. Secondo alcuni si dovrebbe parlare della policy, ma molto meno o per nulla della politics1 (bella lingua l’inglese che mantenendo una sua capacità sintetica, o proprio per questo, ha una parola per ogni significato). Non sono riuscito a trovare una soluzione valida per non sminuire il livello di dibattito politico- filosofico e attenuare l’insofferenza di chi lo soffre.

È abbastanza facile capire che quando si discute di economia, quella cosa che si trova circondata dall’ecosfera da cui dipende, si finisca per parlare di molte cose. L’azione umana, che definisce la dinamica dell’antroposfera e dei suoi effetti planetari (Figura 1)2, si esprime attraverso un metabolismo che ha nella componente sociale la sua manifestazione specifica più saliente. “Società”, parola magica, da cui ne derivano molte altre: socialità, sociologia, socialismo, sociopatia. L’uomo è un animale sociale. Ipersociale, dicono alcuni, più simile alle api e alle formiche che al branco primordiale di ominidi. Le relazioni di potere sono quelle che plasmano la struttura della società. In tutte le società animali, inclusa la nostra, si stabilisce una gerarchia. Mio padre3 determinò sia l’esistenza che il determinismo di fenomeni specifici, come l’instaurarsi della gerarchia, nelle vespe sociali. Fenomeni che erano allora noti solo fra i vertebrati. A lui devo la costante osservazione di tutto ciò che è umano come una manifestazione dell’etologia della specie come si è sviluppata nel corso dell’evoluzione. Edward O. Wilson ha creato un possente apparato teorico che formalizza, per quanto possibile e non senza controversie, la genesi del fenomeno sociale nel mondo animale nel quadro del paradigma evoluzionista, l’unico che ha senso in biologia, fino ad arrivare a ipotesi innovative sulla socialità umana.4 Secondo Wilson, detto in soldoni, siamo il prodotto sia del meccanismo egoistico del gene dato dalla selezione individuale sia del meccanismo altruistico di gruppo.5,6 L’interazione fra questi due meccanismi ci ha portati ad essere una “chimera evolutiva”. Sapere chi siamo non è un fattore secondario nello studio dei nostri rapporti con l’ambiente in cui viviamo. Scrive Telmo Pievani nella prefazione del citato testo di Wilson:

[…] circa l’impatto di Homo sapiens sulle altre specie ominine e sulla biodiversità, l’evoluzione umana per Wilson è stata una campagna di invasione, una marcia rischiosa per una ragione profonda, che costituisce il nucleo antropologico del libro: la radicale ambiguità della natura umana. Proprio a causa del paradosso insito nella selezione di gruppo (la dialettica fra cameratismo dentro il gruppo e conflitto fra gruppi di estranei), le sorgenti della più sublime cooperazione sono anche quelle del tribalismo, della guerra tra bande, del conformismo sociale, di identità collettive settarie e irrazionali.

Personalmente penso che non ci sia nulla di più utile, e necessario, di sapere chi siamo. I grandi tentativi di indagine scientifica della psiche umana hanno dato vita ad una congerie di scuole psicanalitiche di pensiero e a qualche psicofarmaco che, usato con giudizio, può migliorare la condizione in caso di patologie. Ma non è andata a fondo del problema. Per far questo ci voleva molto di più che sdraiare una persona su un lettino e interpretare i suoi sogni. Sarebbe molto, troppo, ambizioso tentare di (o fingere di saper) maneggiare la gamma di strumenti che le neuroscienze7 ci hanno dato per indagare la mente, e la sua base fisica. E non solo la mente umana, infatti accanto all’anatomia comparata, disciplina fondamentale per capire l’evoluzione, esiste una neurofisiologia comparata che non è, da questo punto di vista, meno importante. Altri strumenti sono stati forniti anche dalla psicologia empirica e da quella evoluzionistica8 che hanno permesso di indagare, ad esempio, i meccanismi di formazione delle risposte morali. Da questo punto di vista è stata cruciale, per me, la lettura di Jonathan Haidt.9 Ma mi sto allontanando pericolosamente in dottrine e materie che non controllo in modo sufficiente e che però, intuisco, sono molto importanti per lo studio dell’umanità e dei suoi rapporti con l’ambiente. Per sapere chi siamo non basta studiare la società umana e la sua evoluzione storica con gli strumenti delle scienze sociali ed economiche, bisogna capire la nostra storia naturale. Nulla ha senso in biologia se non alla luce della teoria dell’evoluzione. Noi siamo il prodotto di un percorso evolutivo e ne dobbiamo tener conto. Alla fine, ad esempio, si tratta di riconoscere l’origine delle resistenze che rendono così difficile la cooperazione internazionale sul tema dell’ambiente e della contrapposta facilità con cui i difensori del paradigma fossile dell’energia sono riusciti a ritardare la transizione.

Purtroppo questo tipo di affermazione manda su tutte le furie molte persone. Il fatto che possa esistere un hardware (natura) che interagisce con un software (cultura) che si è a sua volta adattato alla struttura fisica sottostante, è per alcuni inaccettabile. Il mio problema non è dimostrare alcuni grandi pensatori e ispiratori di movimenti di massa, abbiano sbagliato tutto. Nessuno riesce a sbagliare tutto, a parte, episodicamente, qualche dirigente di società di calcio e, sempre, Dalema. Nel guardare l’uomo, nella sua eccezionalità, da un punto di vista etologico, sociobiologico, evoluzionista, non si lascia da parte la tensione morale per una società più giusta e per l’instaurazione di un rapporto non distruttivo con l’ambiente che ci circonda. Al contrario, si dà una base biofisica, perciò realistica, a questa tensione. Fino ad ora le religioni private e pubbliche,10,11 che sono spesso le detentrici della morale, hanno sempre predicato bene e, spesso, razzolato male. Le religioni pubbliche non teiste del secolo scorso, come socialismo, comunismo, fascismo, sono state quasi interamente soppiantate dalla dottrina economica neoliberale oggi dominante.12 Queste religioni pubbliche hanno rappresentato e rappresentano sé stesse come scienza, ma non lo sono, e innervando con la propria morale il comportamento delle società umane attraverso la politica, hanno dato vita a vari tipi di sistemi oppressivi, totalitari e/o distruttivi sia nei confronti dei rapporti sociali che dell’ambiente. A dispetto della incrollabile fede di alcuni miei amici liberali, [1] non c’è nulla di laico nella dottrina economica oggi dominante. Al contrario essa di configura proprio come una religione pubblica. A questo proposito Mauro Gallegati scrive:

«nonostante esteriormente assomigli alla fisica, e nonostante il presunto equipaggiamento di molte leggi, l’economia non è una scienza», e anzi «assomiglia a una religione».

Ma prima di Gallegati il fisico Norbert Wiener aveva espresso un concetto simile in modo più colorito:

              «Il successo della fisica matematica portò lo scienziato sociale ad essere geloso della sua potenza senza la completa comprensione dell’atteggiamento intellettuale che aveva contribuito a questa potenza. L’uso delle formule matematiche aveva accompagnato lo sviluppo delle scienze naturali, ed era diventato di moda nelle scienze sociali. Proprio come i popoli primitivi adottano le mode occidentali di vestire e il parlamentarismo, con un vago sentimento che queste vesti o questi riti magici li metteranno immediatamente in linea con la cultura e le tecniche moderne, così gli economisti hanno sviluppato l’uso di rivestire le loro idee imprecise del linguaggio del calcolo infinitesimale …. Stabilire che cosa significano valori precisi per tali quantità, essenzialmente vaghe, non è né utile né onesto e ogni pretesa di applicare formule precise a queste quantità vagamente definite, è un artificio e una perdita di tempo»13

Ad alcuni scienziati sociali e ad alcuni neo-adepti dell’econofisica o della dinamica dei sistemi, questo giudizio apparirà oltraggiosamente ingeneroso e perfino contraddittorio per uno che predica la collaborazione fra scienze naturali e scienze sociali. Collaborazione appunto, non dominio di una sull’altra. Non adozione di metodi di una nell’altra senza reciprocità. Le cose che sto scrivendo sono l’approdo, sicuramente non definitivo, di molti anni di tentativi e interazioni con persone con una base culturale diversa dalla mia. In questi anni ho raramente incontrato persone che fossero disposte a lasciare, anche per un attimo, il loro punto di vista e abbracciarne un altro. Da questo punto di vista mi ha colpito, l’ho detto altre volte, l’insegnamento di Marianella Sclavi14 con le sue “regole dell’ascolto attivo”15 applicando le quali si apprende un metodo di ricerca e, soprattutto, ad apprezzare il proprio punto di vista prima di quello altrui.

Le scienze sociali ed economiche avevano, ed hanno bisogno, di un bagno di bio-fisica e bio-sociologia, ma questo non deve essere visto come un processo di conquista delle scienze sociali da parte di quelle naturali. Non è così. Le scienze naturali, non sono pure verginelle, ma rappresentano oggi uno degli strumenti essenziali della religione pubblica dominante. Quella appunto, dell’economia neoliberale, ma non erano meno importanti nei regimi del socialismo reale. La retorica del progresso tecnologico e delle magnifiche sorti e progressive della scienza sono una delle componenti delle ideologie dominanti da due secoli. Le scienze dure, in particolare, si sono rese ancelle del mercato capitalistico in modo quasi totale. La confusione fra sviluppo tecnologico al servizio del sistema dei consumi e indagine scientifica è un fatto che si può riscontrare ogni giorno seguendo i mezzi di comunicazione, e che si vive quotidianamente nel mondo della ricerca. La scienza al servizio del mercato capitalistico è una regola da sempre. Se c’è mercato per i gas nervini, qualcuno lavorerà alla sintesi di gas nervini.16,17 Non è una novità dunque. Come sempre possiamo e dobbiamo separare il grano dalla pula. La convergenza fra punti di vista diversi non è mai stata una cattiva idea. In questi mesi di lockdown per il COVID-19, ho collaborato strettamente, ma in remoto, con Nicolò Bellanca, accademico dell’Università di Firenze e scienziato sociale. Raramente in vita mia, ho imparato tante cose e soprattutto allargato l’orizzonte della mia visuale come in questi mesi. Il che, all’alba del mio 63simo compleanno, è di per sé una bella soddisfazione. Insieme a Nicolò abbiamo scritto un testo multidisciplinare (e come avrebbe potuto essere altrimenti) che speriamo possa uscire alla fine della prossima estate. Un testo che è anche un tentativo di convergenza paritaria fra discipline diverse e originariamente lontane. Ma non è, ne vuole essere, il testo ultimativo, quello che spiega tutto. Ci sarà sempre tantissimo lavoro da fare. Ma almeno si prova a percorre strade diverse, se non totalmente nuove.

Per questa crisi ecologica e sociale in cui ci siamo trovati ci sono possibili risposte, ma non ci sono soluzioni. Noi, intendo quelli con più di cinquant’anni, diciamo, lasciamo molti problemi seri (predicament) alle generazioni più giovani e a quelle future, il nostro impegno può essere solo quello di affrontarli insieme a loro finché ci saremo e di lasciargli in eredità degli strumenti pratici e teorici per affrontarli. Con questo progetto penso che il titolo di questo post e il suo messaggio, sia un’esortazione buona per tutti noi e, in particolare, per tutti i soci di ASPO-Italia.

 

Note

[1] Sto parlando dei radicali. Per oltre un decennio sono stato militante della galassia radicale (come amano definirsi loro) nella quale ho trovato moltissime persone intelligenti e appassionate, in primis Marco Pannella a cui sono rimasto legato da un affetto filiale, ma anche molti liberisti dogmatici che non capiscono l’intrinseca natura distruttiva del mercato capitalistico.

Riferimenti bibliografici.

(1)        Polity, politics, policy – Definizioni – Cos’è la politica? – Docsity https://www.docsity.com/it/polity-politics-policy-definizioni-cos-e-la-politica/65707/ (accessed May 18, 2020).(2)        Kump, L. R.; Kasting, J. F.; Crane, R. G. The Earth System, 3rd ed.; Prentice Hall: San Francisco, 2010.

(3)        Leo Pardi. Wikipedia; 2020.

(4)        Wilson, E. O. La conquista sociale della Terra; 2013.

(5)        Dawkins, R.; Mondadori. Il più grande spettacolo della terra: perchè Darwin aveva ragione; Mondadori: Milano, 2011.

(6)        Gould, S. J. The Structure of Evolutionary Theory; Belknap Press of Harvard University Press: Cambridge, Mass, 2002.

(7)        Rose, H.; Rose, S. Geni, cellule e cervelli: speranze e delusioni della nuova biologia; Codice: Torino, 2014.

(8)        Wright, R. E. The Moral Animal: Evolutionary Psychology and Everyday Life, First Vintage Books edition.; Vintage Books, a division of Random House, Inc: New York, 1995.

(9)        Haidt, J. The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion; Vintage Books: New York, 2013.

(10)      Bellah, R. N. Beyond Belief: Essays on Religion in a Post-Traditional World; University of California Press: Berkeley, 1991.

(11)      Davie, G. The Sociology of Religion; BSA new horizons in sociology; SAGE Publications: Los Angeles, 2007.

(12)      Gallegati, M. Acrescita: Per Una Nuova Economia; Passaggi; Einaudi: Torino, 2016.

(13)      Wiener, N. Dio & Golem s.p.a.: cibernetica e religione; Bollati Boringhieri: Torino, 1991.

(14)      Sclavi, M. Arte di ascoltare e mondi possibili: come si esce dalle cornici di cui siamo parte; ESBMO: Milano, 2011.

(15)      Le 7 regole – Ascolto Attivo | Progettazione partecipata, facilitazione, gestione creativa dei conflitti, mediazione https://www.ascoltoattivo.net/le-7-regole/ (accessed May 19, 2020).

(16)      Harvey, D. Marx, Capital and the Madness of Economic Reason; Oxford University Press: New York, NY, 2018.

(17)      Fritz Haber. Wikipedia; 2020.

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