A proposito di lavoro da casa

L’idea che da soli ci si possa “difendere” meglio, ha preso piede e si è diffusa.

Di Mirco Rossi

Rifiuto la riduzione del lavoro a una visione produttivistica, efficientistica, privata, collocata che sia nel contesto socialista o in quello capitalistica. Mi riferisco al lavoro che c’è, ovviamente.

Il lavoro è il nostro fondamento costituzionale. Ha un ruolo sociale, politico, storico, culturale, filosofico.

I cambiamenti importanti avvenuti nel mondo del lavoro, nei sistemi e nei ritmi di lavoro, hanno sempre modificato non solo il modo di produrre ma l’intera società, in termini irreversibili.

Nel momento in cui l’organizzazione del lavoro, che prevede la co-presenza nello stesso luogo di più persone, viene sostituita in buona parte da un’attività impostata sul lavoro individuale, solitaria, in contesti separati e distanti, si va a modificare una componente fondamentale di una delle strutture più importanti in cui si articola la società.

I luoghi di lavoro sono storicamente contesti in cui le esperienze di ogni singolo si confrontano “a caldo” con quelle degli altri, si fondono, si combinano. Le reazioni di uno influenzano quelle dell’altro, l’emotività coinvolge il gruppo, le capacità si confrontano e il livello medio cresce, le differenze tendono a colmarsi, il debole si sente ed è difeso nel gruppo.

Il gruppo, il prestatore d’opera che da individuo diventa soggetto collettivo, equilibra il divario, altrimenti incolmabile, tra l’entità che sceglie a chi affidare il lavoro tra gli aspiranti, e il singolo lavoratore, che non dispone di analoghe potenzialità di scelta, e può contare solo sul livello di indispensabilità delle sue capacità e sulle proprie possibilità di resistere alle pressioni.

Si mettono così in moto processi che trasformano le esigenze del singolo in esigenze collettive, i bisogni individuali in bisogni sociali, i comportamenti personali in azioni collettive. Prende forma il concetto di solidarietà, di condivisione.

L’agire per lo stesso obiettivo, in situazioni in cui convivono persone differenti per estrazione, cultura, ceto sociale, provenienza, sesso, è una fucina che in generale promuove la tolleranza, l’accettazione delle diversità, trasforma i pensieri del singolo in visioni collettive, in elaborazioni con valenza politica, in spinte e capacità di cambiamento e di miglioramento sociale.

In molte realtà, pur senza raggiungerne sempre la consapevolezza, chi lavora arriva a concepirsi come classe sociale. Nascono quindi contenuti, modi e strumenti (diversamente elaborati e agiti) per portare avanti il confronto, mai definitivamente risolto, con l’avversario di classe. O, se volete, con la controparte padronale, con chi detiene il potere sul lavoro perché dispone del capitale.

Maturano idee che mirano all’evoluzione delle condizioni di lavoro, dei modi di vita.

Un gruppo di lavoratori è anche gruppo di cittadini. Ecco che dalle situazioni di compresenza, di frequentazione continua, emergono più o meno chiare, più o meno velocemente, esigenze che vanno oltre i muri degli uffici, dei fabbricati aziendali, degli open-space, delle sale riunioni. Si attivano processi che investono e tendono a ridiscutere, sviluppare e perfezionare, i sistemi esterni al mondo del lavoro: il trasporto, la salute, la sicurezza, gli aspetti ambientali, la previdenza, l’istruzione, ecc.

Chi come me che, nel bene e nel male, ha vissuto sulla propria pelle altri periodi, altre fasi, tende ora a traguardare quanto si sta prospettando, da punti di vista più generali e sostanziali, che superano la dimensione del privato, delle convenienze padronali e, persino, delle possibili semplificazioni o migliorie di qualche problematica di interesse collettivo.

In una situazione di diffusa e generalizzata riallocazione dell’attività lavorativa (limitatamente ad alcune categorie e tipologie di lavoro) dai luoghi dell’azienda, dell’impresa, all’abitazione del lavoratore, si sarebbero mai potuti realizzare i grandi balzi in avanti, i radicali cambiamenti, ottenuti negli anni ‘60-’70? Quelle conquiste che migliorarono la dignità e la vita dei lavoratori e contemporaneamente resero più moderna, più giusta e solidale, la società italiana?

Lo Statuto dei lavoratori, la contrattazione nazionale come base di quella aziendale, la parità tra impiegati ed operai, l’aumento medio dei salari, le libertà di riunione, il diritto di rappresentanza, la possibilità di discutere della sicurezza e della salute nei posti di lavoro, il diritto alla mensa, l’eliminazione dei licenziamenti senza causa, per matrimonio, per parto, l’orario flessibile e il diritto al part-time, il superamento delle Casse Mutue e l’introduzione del Servizio sanitario nazionale, l’allargamento della copertura previdenziale.

Periodi in cui nei posti di lavoro ci si organizzava democraticamente e, assieme alle problematiche aziendali, si discuteva animatamente di terrorismo, di diritto di famiglia, di divorzio, di aborto, di mafia, di matrimonio riparatore, di ambiente. Tanto per elencare alcuni dei ricordi più pregnanti.

Alcuni fondamentali processi di “modernizzazione” della società civile non avrebbero probabilmente mai potuto verificarsi senza le spinte che, nate nelle discussioni e nei confronti tra lavoratori nei posti di lavoro, contribuirono alla formulazione dei programmi dei partiti, e che, trasformate in elaborazioni sindacali, entrarono a far parte delle piattaforme contrattuali unitamente alle rivendicazioni di carattere economico.

Molte di quelle conquiste, di quei successi, di quei diritti, verranno poi gradualmente riassorbiti, depotenziati, ritenuti incoerenti, a partire da quando la lunga, persistente, fase di crisi, comincerà a investire il mondo del lavoro occidentale, parallelamente all’affermarsi dell’economia della globalizzazione. Coinvolgendo, in particolare, il mondo lavorativo manifatturiero, a maggior densità di manodopera.

Si può ora argomentare che da tempo il clima presente tra i lavoratori, nei luoghi di lavoro, non è più quello del periodo che ho ricordato. Che lo spirito che aleggia nelle cellule della società, rappresentate dai luoghi di lavoro, non è più sensibile all’interesse generale della collettività. Solo raramente sa esprimere una visione d’insieme, allargata oltre la fabbrica, oltre l’impresa. Persino gli stessi problemi di ordine aziendale spesso vengono ormai affrontati in una visione settoriale, quando non singola, con elaborazioni, proposte, strumentazioni divisive, spesso privilegiando l’interesse di piccoli o piccolissimi gruppi.

Attraversando le fasi del “ritorno a casa” dei post-sessantottini, delle ristrutturazioni delle grandi fabbriche, del liberismo imperante, delle delocalizzazioni, delle privatizzazioni, della finanziarizzazione dell’economia, della penetrazione dell’informatica individuale, della svalorizzazione dell’ideologia, l’individualismo è penetrato in profondità anche nei luoghi di lavoro. L’idea che da soli ci si possa “difendere” meglio, ha preso piede e si è diffusa. Contrariamente a quanto accadeva in passato “basto a me stesso” “mi difendo meglio da solo” è diventato un atteggiamento mentale piuttosto diffuso. Arrivando persino a minare lo zoccolo duro del “sentire collettivo”: il lavoro operaio, le officine, l’attività operativa, un tempo tutta manuale, ora non più per la penetrazione della robotica spinta.

La dimensione del soggetto collettivo (il mio sindacato) ormai è spesso incarnata da “Il Sindacato” (quasi completamente esterno ed estraneo alla vita che si svolge nei posti di lavoro) che, per varie e numerose ragioni, ha perso consenso, autorevolezza, potere. I partiti, in generale, hanno cambiato natura: non si organizzano più sulla base di idee, elaborazioni, ma per limitati interessi di brevissimo periodo e attorno a una persona, un nome, un volto che, pro tempore, è il leader da seguire.

Quindi, perché porsi le domande che io mi sto ponendo? Quei tempi sono andati.

Ora, per una quota crescente di lavoratori, molti rapporti con i colleghi, con “l’altro” della squadra che persegue l’obiettivo aziendale, si sviluppano in rete tramite Skype, Zoom, Meet, WhatsApp, gruppi mail e altro. In qualunque momento della giornata, da qualunque luogo. Persino la comunicazione in voce profuma di datato.

Nel mentre, non si vedono emergere elaborazioni forti, segnali risoluti, capaci di mettere in discussione, a favore dei deboli, qualche tratto dei rapporti controllati dai forti. Non si assiste al fiorire di proposte in grado di rallentare la pressione sul prestatore d’opera da parte del datore di lavoro o dal sistema. Di esprimere, con forza ed efficacia, esigenze di miglioramento trasformate in fatto politico.

Sui temi del lavoro continua sostanzialmente la ritirata, il ridimensionamento dei diritti, la riduzione della dignità e del potere d’acquisto dei prestatori d’opera. Le crescenti precarietà e insicurezza, da una parte, e la concentrazione della ricchezza su pochi potentissimi soggetti dall’altra, testimoniamo della crescente debolezza di chi lavora, sia nella fase della trattativa che nel contesto sociale e politico.

Mi sento a disagio quando vedo i dipendenti di una impresa, di una fabbrica, improvvisare striminzite manifestazioni, in tragica solitudine, di fronte ai cancelli aziendali, a qualche sede istituzionale, invocando la salvezza del posto di lavoro, il rispetto degli accordi, la corresponsione del salario, il ritiro dei licenziamenti.

Le sole grandi manifestazioni di protesta a cui capita di assistere da tempo o sono di esplicita natura partitica, quasi sempre con lo sguardo alla prossima prova elettorale, o riguardano aspetti generali della globalità, dell’ambiente. Tra queste, gli esempi più noti sono i raduni attorno a Greta Thunberg e, in Italia, le piazze delle Sardine, anche se queste ultime allargano il loro impegno ai temi legati alla politica corrente. In entrambi i casi si tratta di eventi da non sottovalutare, importanti, che sottolineano situazioni di pericolo, esigenze non rinviabili, meritevoli di grande attenzione. Ma l’impostazione è talmente generica che facilmente possono coinvolgere, almeno sino a un certo punto, persone che la pensano in modi molto diversi, contrastanti a volte. Talvolta prendono applausi anche dalla controparte.

In fondo è difficile risultare favorevoli (anche se qualcuno ci riesce!) alla distruzione dell’ambiente, al riscaldamento globale, all’esaurimento delle risorse, alle pratiche antidemocratiche, all’ingiustizia, ecc.

Attivano il dibattito sui media, in rete, legato alla massa di persone presente agli eventi. Ma l’elaborazione non si è consolidata in un percorso iniziato in profondità, sostenuto dalle esperienze dirette di migliaia e migliaia di persone, dal loro vissuto condiviso, giorno per giorno. Non è irrobustita dalla consapevolezza diffusa delle scelte necessarie e delle conseguenze che ne deriveranno. Non è cresciuta assieme agli strumenti, ai soggetti, che la possono agire e sostenere nelle sedi dove concretamente si misura il rapporto di forza tra interessi contrapposti.

Forse il mio sguardo, allenato su terreni molto diversi, non è in grado di vedere le potenzialità nuove che, strumenti di comunicazione e di collegamento potentissimi mettono a disposizione delle attuali generazioni di lavoratori dipendenti. Forse esistono altri modi efficaci per rispondere alle attuali esigenze.

Tuttavia, ritengo non sia nemmeno ipotizzabile che in futuro possa ripetersi una fase di conquiste paragonabile a quella che ho ricordato, di processi di quella portata, di cambiamenti di tale spessore, in presenza di una situazione in cui lo smart working coinvolga larga parte del mondo che lavora.

Questo è il mio timore. Ma forse – me lo auguro – altri sapranno fare ciò che io non vedo sia possibile.

 

9 risposte a “A proposito di lavoro da casa

  1. Bellissimo e condivisibile articolo sul lavoro da casa.

    Tutti i lavoratori adesso, in una fase storica molto in introversione e poco collettiva, credono di vedere nello Smart Working SW (lavoro a casa su progetto, senza orari e, si precisa, lo SW è diverso dal telelavoro o dall’home working) solo aspetti positivi (risparmi economici, di tempo, di stress derivanti dal tragitto casa-lavoro).

    Per le aziende è manna dal cielo, divisi ancora di più, i lavoratori saranno meno propensi al andare dal sindacato, a chiedere azioni collettive su diritti del lavoro, spendono la loro elettricità, acqua, riscaldamento e raffrescamento e qualche azienda ridurrà di molto i costi degli affitti, riducendo spazi non più necessari. Il 58% (sondaggio Bva Doxa) delle aziende che hanno adottato lo SW vuole tenere attiva questa modalità anche in futuro.

    La Bva Doxa parla però anche di un 70% del tessuto imprenditoriale italiano (perlopiù PMI) preoccupato per il futuro, con scarsa fiducia nelle istituzioni, tra il 50 e l’80% ne ha poca o nulla.

    Ma mentre le apparenti componenti positive emergono subito, sono le componenti strutturali a non essere viste e valutate sufficientemente.

    Nel lavoro sociale d’ufficio, ciò che ti fa sentire parte di una collettività e che dignità al lavoro, si traggono spunti, idee, è un lfusso vitale che in solitudine davanti al PC diventa un freddo cristallo.

    Si creano rapporti, sintonie, conoscenze reciproche, costruite in anni di frequentazione e collaborazione, non si creano con Zoom, Meet o Teams.
    Se ancora le riunioni on line funzionano è perchè ci si conosce da prima, dal vivo, sguardi e toni di voce sono indizi precisi.

    Come faranno a costruire questa importantisisma base strutturale del lavoro i neo assunti SW, come faranno a capirsi, a gestire le difficoltà e le insidie, i conflitti e le cautele necessarie per muoversi dentro un essere vivente come è per l’appunto una azienda?

    Non sarebbe il caso di pensare sin d’ora a contromisure e rimedi per aggiustare il tiro sullo SW?

  2. è sempre un modo di lavorare che è dipendente esclusivamente dal settore terziario, finchè questo esisterà. 10, 20, 30 anni? Dipenderà da quanto petrolio ci sarà da sprecare in attività inutili.

  3. Bel post
    Passa nel mio blog se ti va 😉

  4. Grazie Giulia sia dell’apprezzamento che dell’invito. Questo è il blog della mia ssociazione. Se ti interessa, puoi rilanciare sul tuo i miei lavori.Non ti chiderò le royalties 😉

  5. Io mi chiedo se il lavoro da casa sia veramente più comodo, conveniente ed ecologico. In fondo il lavoratore deve pagarsi da solo (e tenere acceso) elettricità e riscaldamento.
    Mi chiedo anche cosa faccia tutta questa gente da casa, se siano veramente tutti lavori utili. Una volta, artigiani, contadini e artisti lavoravano e producevano da casa – ma questi lavori lo capiamo tutti a cosa servono, e ci saranno sempre. Adesso c’è un sacco di gente che fa cose che non si capisce cosa siano e a chi servano.

    • il lavoro, se non c’è, utile o no, va inventato. Almeno finchè ci sarà abbastanza energia petrolifera da buttare via, ci sarà anche quello inutile. A proposito quello inutile è più che altro quello inventato.

  6. Fiorenza Carnovik

    Condivido le preoccupazioni dell’autore dell’articolo. La persona ridotta a individuo isolato diventa preda. Il “lavoro” è l’unico dei diritti che viene coniugato con la parola “mercato”. Fin che non si spezza questa coniugazione, a parer mio non se ne esce. Non vorrei che i cittadini adesso fossero messi nelle condizioni della gallina che segue la massaia che le dà il becchime per vivere. Ma alla gallina non è dato di vedere la pentola dove la massaia ha deciso di cucinarla

  7. Sarà un caso che ora che siamo quasi tutti in smart working da casa, la mia azienda di Tlc (non ne faccio il nome per ovvi motivi di tutela della mia persona come lavoratore) sta cercando di introdurre il controllo individuale in un settore (per ora), con la complicità di CGIL CISL E UIL + UGL pronti a firmare questa cosa che è platealmente anticostituzionale. Ma sono anche gli stessi dipendenti ormai lassisti, senza interesse e legati solo al proprio orticello, complici di questo andazzo che sta demolando diritti lavorativi e retribuzioni conquistate in decenni di lotta. Ed è certo che isolati nello smart working siamo ancor meno capaci di fare muro contro lo strapotere azienda + sindacati corrotti. E’ tutto un mondo che sta scadendo socialmente e ambientalmente verso l’universo di Orwell 1984 o alla Blade runner, o peggio. E alla fine il crollo di tutto l’ecosistema Terra ci darà il colpo di grazia.

    • mi ricordo che già 10 anni fa nell’azienda in cui lavoravo, telefoni, ma anche cimici e microcamere erano utilizzate, seppur vietate, per cogliere in fallo e licenziare, senza ovviamente usarle come prova. Addirittura un sindacalista mi lasciò capire che ero stato furbo a non farmi incastrare nonostante fossi spiato.

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