Il Picco della Domanda

Come si riconosce il picco dell’offerta (che chiamiamo Picco del Petrolio) dal picco della domanda?

Di Luca Pardi

Immagine di copertina tratta dal fumetto divulgativo disegnato da Stuart McMillen sulla nascita della teoria del Picco del Petrolio.

 

Qualche giorno fa, il 14 settembre, la BP (British Petroleum) pubblicava il suo Energy Outlook 2020. Il documento riporta i diversi possibili scenari energetici nei prossimi decenni, basati su determinate ipotesi riguardanti le politiche che i governi metteranno in campo per ridurre le emissioni di gas climalteranti e, in particolare, della CO2 generata dalla combustione di combustibili fossili per usi energetici. La notizia che ha raggiunto i giornali quotidiani è quella che, secondo questo documento della BP, nei due scenari in cui viene attivamente perseguita la transizione energetica verso “zero emissioni”:

La domanda di combustibili liquidi [….] non recupera mai rispetto alla caduta causata dal COVID-19, fatto che implica che la domanda di petrolio ha superato il picco nel 2019 in ambedue gli scenari. (si veda la sezione fuels-oil dell’Outlook)

Come dicevamo la notizia è stata ripresa anche da alcuni portali di giornali quotidiani ad esempio quello de la Repubblica. A parte il solito titolo immaginifico secondo cui la BP “alza bandiera bianca”, cioè si arrende, la notizia non è priva di interesse. Da anni ormai la BP e altre compagnie petrolifere e i relativi agenti di pubbliche relazioni hanno coniato il termine “Picco della Domanda” per evitare di parlare di “Picco del petrolio”. La distinzione non è priva di interesse. Il Picco del Petrolio, per come noi lo concepiamo è:

il massimo della produzione petrolifera, in un campo petrolifero, in un paese o nel mondo intero, determinato dalle limitazioni fisiche della risorsa attingibile, cioè delle riserve. (cfr. Roger Bentley. “Introduction to Peak Oil”. Springer. 2016)

Poiché le riserve variano in funzione delle condizioni economiche, cioè principalmente del prezzo di mercato del barile e sono soggette a variare a causa di nuove scoperte, la previsione dell’anno di picco è sempre difficile e imprecisa. Il Picco del Petrolio, come noi lo concepiamo, è comunque un fenomeno determinato principalmente dalla limitazione dell’offerta.

Il Picco della Domanda (di petrolio) è invece un picco produttivo determinato da un declino della domanda determinato a sua volta da due possibili fattori economicamente (e socialmente) antitetici: 1) un generale impoverimento delle classi sociali che determinavano la domanda aggregata di combustibili liquidi, principalmente le classi medie per il trasporto di merci e persone (cfr Gail Tverberg) e 2) il progressivo rimpiazzo dei combustibili liquidi con altre fonti sostitutive. Quest’ultimo fenomeno può a sua volta essere guidato da due fattori, che non sono necessariamente alternativi: 1) lo sviluppo di nuove tecnologie basate sull’uso dell’energia elettrica per i trasporti e altre applicazioni del petrolio e dei combustibili liquidi e 2) l’implementazione di politiche cogenti di riduzione delle emissioni.

Ma, definizioni a parte, come si riconosce il picco dell’offerta (quello che noi chiamiamo Picco del Petrolio) dal picco della domanda? Secondo me la cosa è abbastanza semplice. Se il massimo di produzione avviene in concomitanza con una tendenza inflazionistica del prezzo del barile il picco è dal lato dell’offerta (cioè siamo nelle condizioni classiche del Picco del Petrolio). Al contrario se il picco avviene in una situazione tendenzialmente deflattiva siamo al picco della domanda. Nel nostro caso saremmo quindi, effettivamente, al picco della domanda.

Sono necessarie però alcune precisazioni. Il raggiungimento del Picco del Petrolio Convenzionale intorno al 2008, fu effettivamente un picco dal lato dell’offerta. Quel picco ebbe effetti sull’economia dei paesi industrializzati le cui ripercussioni non hanno finito di farsi sentire fino ad oggi. Quel picco era stato previsto e definito da Colin Campbell e Jean Laherrére come “Fine del petrolio a buon mercato”. I suoi effetti sono stati profondi e irreversibili.

Oggi BP parla di picco del greggio. Qui si entra nel campo delle definizioni delle categorie di petrolio che sono sempre piuttosto difficili da maneggiare. Noi generalmente ci rifacciamo al seguente diagramma che categorizza le risorse petrolifere nel quadro più ampio di tutti i liquidi combustibili.

Figura 1. Tassonomia dei liquidi combustibili secondo la classificazione EIA. Fonte: R.G.Mirrel and S.R.Sorrel

 

Se parlando di greggio, noi e la BP, parliamo della stessa cosa allora il suo picco non appare come cosa degna di grande sorpresa. Esso fa infatti parte del convenzionale che, nel suo complesso, ha superato il picco (o raggiunto un plateau) intorno al 2008. Se invece la BP intende ogni tipo di olio raffinabile in prodotti petroliferi, a prescindere dal suo costo di estrazione e dalla provenienza (come crediamo), includendo, ad esempio, il Light Tight Oil (LTO), ottenuto con la tecnica del fracking, allora le cose si complicano. Tutte le aziende impegnate nei progetti di fracking negli Stati Uniti sono in difficoltà economiche, già da prima della pandemia, perché con prezzi del barile inferiori ai 60 $ la maggior parte di esse lavorava in perdita. E infatti adesso stanno chiudendo. Dunque? Picco della domanda o dell’offerta? La domanda è piuttosto accademica, cosa che non ne riduce l’interesse.

Il parere di chi scrive è che nel primo decennio di questo secolo abbiamo raggiunto i limiti fisici della produzione del petrolio facile, o a buon mercato, in concomitanza con una fiammata inflazionistica del prezzo del barile. La reazione a questo evento ha permesso di sviluppare risorse petrolifere che, benché note ai geologi da sempre, non erano state sfruttate perché meno convenienti. Tali risorse, il già menzionato LTO, ma anche le sabbie bituminose e altre categorie cosiddette non convenzionali, hanno coperto il gap fra una domanda crescente e l’offerta declinante o statica di petrolio convenzionale. Ad un costo per l’economia mondiale e come sempre, per l’ambiente. Da allora nulla è stato più come prima. Nel grafico che segue riporto il prezzo del barile (benchmark WTI, West Texas Intermediate) dal 1946. Il grafico è uno screenshot dal sito https://www.macrotrends.net dove viene riportato il prezzo aggiustato per l’inflazione e in scala logaritmica. Come si vede il prezzo del WTI, ma gli altri benchmark hanno lo stesso andamento, è cresciuto fino alla crisi del 2007-2008 ed è rimasto sempre superiore, di almeno 2-3 volte, al prezzo del 1998, l’anno di minimo della serie storica recente, anche nei periodi di crisi. Fino al crollo dovuto alla pandemia di COVID-19 della scorsa primavera.

Figura 2. Variazione del prezzo del barile (WTI) dal 1946 al 2020.

 

Nel periodo 2010- 2014 mentre si concretizzava l’alluvione di LTO USA (si veda il prossimo grafico), il prezzo è stato 5-6 volte quello del minimo del 1998.

Figura 3. Produzione di categorie non convenzionali di petrolio (LTO) negli Stati Uniti dal 2004 al 2019.

Ci vorrà del tempo per scoprire gli effetti socio- economici di questi eventi, e in particolare del Picco del Petrolio Convenzionale, sulle economie dei paesi industrializzati. Attaccarsi all’idea che, siccome il sistema capitalistico è ancora funzionante, non è successo niente, sembra un modo di voler vincere facile. Al netto di posizioni più o meno catastrofiste, che sono fisiologiche quando si cerca di guardare nel futuro di una specie che è palesemente in overshoot ecologico, nessuno ha mai detto che la fine del petrolio a buon mercato sarebbe stata la fine del sistema capitalistico. Il Picco del Petrolio Convenzionale ha introdotto fattori di viscosità nel flusso di energia dalla geosfera al sistema economico. Sabbia nell’ingranaggio se volete una rappresentazione più fantasiosa. La pandemia, al contrario, è un fattore esogeno che ha determinato effetti molto più marcati. Ma, mentre il primo è un evento irreversibile e con effetti strutturali profondi, il secondo è, almeno potenzialmente, reversibile.

Nel contempo si sono sviluppati molto rapidamente sistemi di produzione di energia alternativi al petrolio. Questi si basano prevalentemente sulla produzione elettrica da gas naturale. Non una buona notizia sul piano ambientale. Ma anche, variamente discussi in ASPO (si veda gli articoli di Mirco Rossi su nucleare e fonti rinnovabili, e il numero monografico sulla mobilità elettrica dei Quaderni ASPO editi da Lu:Ce edizioni) i sistemi a basse emissioni come le Nuove Fonti di Energia Rinnovabile, principalmente solare fotovoltaico e eolico. Queste fonti potrebbero soppiantare le fonti fossili, mantenendo il sistema industriale globale più o meno stabile, solo se si fosse in grado di realizzare sistemi efficienti di stoccaggio dell’energia elettrica per ovviare al problema della intermittenza delle fonti di origine solare, dovuta alla variabilità meteorologica e ai cicli circadiani e stagionali. Tali sistemi di stoccaggio dovrebbero assicurare quantità di energia che nei singoli paesi (ad esempio in Italia) sarebbero dell’ordine delle centinaia di TWh/anno (TWh = TeraWh = migliaia di miliardi di Wh). Non è un caso che si sia tornati a parlare di idrogeno (finalmente tornato ad essere considerato nella sua natura di vettore di energia, invece che come fonte) e di altri sistemi di stoccaggio. Ne riparleremo.

Quello che ci interessa puntualizzare in questo post è che quello che abbiamo visto e vediamo in questi mesi, nella dinamica del consumo di petrolio a livello mondiale, è sicuramente un picco della domanda: un massimo di produzione in condizioni di deflazione del prezzo del barile. Ma il mondo è sempre sotto l’effetto di un picco dell’offerta, il Picco del Petrolio Convenzionale, che ha portato allo sfruttamento di risorse meno convenienti e reso meno fluido il flusso energetico dalla natura al sistema economico. In queste condizioni un fattore esogeno può determinare una transizione irreversibile. Ma crediamo che si sia ancora lontani dal momento in cui potremo dire che il Picco di Tutto il Petrolio o di Tutti i Liquidi (cfr Figura 1) fu un picco della domanda determinato da una combinazione di effetti dovuti alla transizione energetica verso emissioni zero e COVID-19.

3 risposte a “Il Picco della Domanda

  1. Leggendo questo ed altri articoli, mi sono fatto l’idea che troppo spesso si cerchino indizi per mantenere artificiosamente alto il livello di preoccupazione e paura del futuro e allo stesso tempo vengano taciute o sottovalutate le buone notizie. Per farmi capire farò un esempio facilmente comprensibile. Da mesi i media denunciano giustamente i danni causati dall’invasione delle cavallette in alcuni paesi dell’Africa orientale, ma omettono di citarne la causa: aumento delle piogge in quest’area e nella Penisola Arabica. In pratica si parla (o si calca la mano) degli effetti negativi del Cambiamento Climatico e si trascurano gli effetti positivi. Lo stesso con il raggiungimento del Picco della Domanda, che a mio modesto avviso è una buona notizia. Che sia dovuto ad una diminuzione strutturale dei consumi o a fattori contingenti come l’attuale pandemia, ha l’indubbio effetto di ridurre la produzione di gas serra. Quelli veri da combustibili fossili e non quelli inventati prodotti dall’agricoltura e zootecnia! Altra buona notizia è il fallimento/rallentamento delle società attive nel fracking, che direttamente o indirettamente ( dumping politico delle monarchie arabe) stanno mantenendo artificiosamente basso il prezzo del petrolio e rallentano gli investimenti nelle energie rinnovabili.

    • “Ma crediamo che si sia ancora lontani dal momento in cui potremo dire che il Picco di Tutto il Petrolio o di Tutti i Liquidi (cfr Figura 1) fu un picco della domanda determinato da una combinazione di effetti dovuti alla transizione energetica verso emissioni zero e COVID-19.”

      L’autore non sta dicendo che crede che questo sia un Picco della Domanda assoluto, perché lo si potrà vedere solo in retrospettiva. Né sta dicendo che è un male se lo fosse effettivamente, anzi, sarebbe davvero un evento positivo.

  2. Pingback: Essere dopo il Picco e non dirlo | Risorse Economia Ambiente

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