Il Picco delle Specie

[…] il processo evolutivo porta inevitabilmente all’Ameba. O almeno questa sarebbe “l’opinione dell’ameba” se scrivesse libri, fondasse religioni e ideologie.

Di Luca Pardi

Quando si scatenò la corsa all’oro, verso il Klondike e lo Yukon alla fine dell’800, fra i primi ad arrivare, da aree lontane, furono svedesi e norvegesi. C’era una naturale “tendenza” degli scandinavi ad andare a cercare oro in Alaska? Si direbbe di no. Piuttosto c’era una predisposizione, in biologia evoluzionistica si dice “preadattamento”, data dall’abitudine ai climi freddi e la conoscenza delle tecnologie di estrazione mineraria che rendevano relativamente più facile agli scandinavi cogliere l’occasione, rispetto ad altri popoli che pure hanno, in diversi momenti storici, compiuto migrazioni verso il Nuovo Mondo. La metafora della corsa all’oro serve a Marco Vannini per spiegarci come avviene l’occupazione di nuovi ambienti, quello aereo o quello terrestre ad esempio, da parte di popolazioni di organismi che si sono evoluti in ambiente marino. I pesci ossei che avevano, e hanno, la vescica natatoria che poteva evolvere nel sistema polmonare adatto alla vita sulle terre emerse. Così tutti noi vertebrati siamo discendenti di un pesce osseo. Al contrario i pesci cartilaginei, che non hanno vescica natatoria, non hanno parenti sulle terre emerse. Questo è solo un esempio del modo in cui, in 120 pagine ben scritte, e con sottile ironia, Marco Vannini ci guida nella storia della vita sulla Terra. E lo fa mettendo sottosopra l’immagine che persiste dell’evoluzione biologica, nonostante l’enorme quantità di libri divulgativi e trasmissioni televisive sul tema, sfatando tutti i luoghi comuni antropocentrici che caratterizzano la visione dell’evoluzione come una corsa inarrestabile che ha al suo apice gli animali e sulla cuspide Homo sapiens. La rappresentazione dell’albero dell’evoluzione che si trova in copertina è, ironicamente, creata per asserire che, in realtà, il processo evolutivo porta inevitabilmente all’Ameba. O almeno questa sarebbe “l’opinione dell’ameba” se scrivesse libri, fondasse religioni e ideologie. È un fatto topologico, la stessa immagine può essere rigirata e stirata a volontà per dimostrare quello che si vuole, ad esempio che l’uomo è l’esito ultimo e inevitabile dell’evoluzione. La rappresentazione dell’evoluzione con un diagramma che riassuma quello che sappiamo delle discendenze dei milioni di specie che costituiscono la biosfera, che sia libera da ogni implicazione ideologica, è quella proposta dal biologo americano David Hillis e che riporto qui sotto.

Piuttosto complicata. Ma Vannini ne presenta una fortemente semplificata che comunque rende l’idea generale. La storia della vita sulla Terra viene rappresentata come una specie di bolla in espansione, la cui superficie rappresenta le specie esistenti nel tempo presente e al cui interno di vedono le tracce delle innumerevoli ramificazioni che dal Last Universal Common Ancestor (l’ultimo antenato comune universale) arrivano fino ad oggi. Ovviamente delle ramificazioni interne abbiamo solo tracce (i fossili) e indicazioni dalla biologia molecolare, ma in realtà non esiste più nulla. Dalla rappresentazione ad albero si passa ad una rappresentazione a cespuglio. O a bolla in espansione. Si tratta di appresentazioni nelle quali si abbandona volutamente qualsiasi giudizio di merito sulla superiorità di questo o quell’organismo rispetto agli altri. Il libro, in poche pagine, affronta anche altri temi controversi come quello della tendenza alla complessificazione. Ma non voglio togliervi il piacere di leggerlo.

C’è un dato che potrebbe essere integrato nel diagramma di Hillis (non escludo che sia già stato fatto). Si tratta della biomassa dei diversi gruppi tassonomici rappresentati nel diagramma, che è stata stimata in un lavoro pubblicato nel 2018 (vedi figura seguente). Questi dati mostrano come piante e batteri, siano i dominatori assoluti della biosfera, almeno dal punto di vista delle biomasse, con rispettivamente l’82% e il 13% della biomassa totale, mentre gli animali rappresentano meno dello 0,4%.

Nonostante questo, Homo sapiens, con il suo 0,01% della biomassa totale e il 4% di quella animale, sta riuscendo a mettere in crisi tutto il resto della biosfera. Evidentemente la biomassa non è tutto.

In ogni caso la storia naturale è uno modo di guardare il mondo che ci circonda, che aiuta capire anche noi stessi e la nostra Storia. Come dice E. O. Wilson: senza preistoria la Storia ha poco senso e la preistoria ha poco senso senza biologia e nulla ha senso in biologia se non alla luce dell’evoluzione. Il libro di Vannini ci aiuta a disporci in questo sguardo sulle origini di tutto ciò che vive in questo pianeta e su noi stessi, in modo leggero e convincente.

Per i lettori di questo blog può essere interessante apprendere che la crescita del numero di specie segue una curva tipica di tutti i fenomeni naturali di crescita, la logistica. Dunque, come per il caso del petrolio, ha una pendenza (data dal numero di specie “prodotte” nell’unità di tempo) che attraversa un massimo. Quindi c’è anche il Picco delle Specie. O dovremmo dire “i picchi” perché dopo ogni grande estinzione, nel mondo svuotato, riparte una nuova logistica. La vita è rinnovabile dopo tutto. Se noi umani riusciamo a non sterilizzare la Terra, succederà anche dopo la sesta estinzione di massa che stiamo innescando con le nostre attività.

 

Una risposta a “Il Picco delle Specie

  1. Grazie! Che altro dire? Spero solo che il virus del dubbio arrivi negli orecchi giusti…
    Marco

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