Essere dopo il Picco e non dirlo

Un commento al rapporto annuale dell’IEA.

Di Fabio Biagini e Luca Pardi

Il 13 ottobre scorso, con un mese di anticipo sulla normale data di uscita negli anni precedenti, è stata presentato il World Energy Outlook 2020 (WEO2020) dell’IEA,  (International Energy Agency). L’IEA è un’agenzia intergovernativa dei governi OCSE fondata nel 1974, ma allargata ormai ad altri paesi, che dovrebbe dare consiglio ai suddetti governi, in materia di politiche energetiche. L’agenzia, guidata dal direttore esecutivo, il turco Fatih Birol in carica dal 2015, ha prodotto diversi decenni di scenari energetici molto influenzati dalle necessità della politica e poco da quello che sappiamo delle fonti energetiche, grazie alla fisica, all’ingegneria e alla geologia. La causa di tutto questo è l’uso di modelli sbagliati e le pressioni a cui sono sottoposti gli analisti dell’agenzia. Oppure i modelli sbagliati sono proprio funzionali alla politica che ispira l’IEA.

Questo WEO, se possibile, è ancora più paludato nell’esposizione e nei contenuti di quelli degli anni precedenti. Si parla molto di COVID-19 e di emissioni di CO2, trascurando i fondamentali dell’offerta di energia. Una novità è che le proiezioni dei modelli non va oltre i dieci anni, invece dei soliti 25. La causa dichiarata di questo è la pandemia di COVID-19 che rende estremamente incerto il futuro.

 

PRIMO PUNTO

Senza dirlo esplicitamente l’IEA ammette che siamo entrati in acque sconosciute (fatto non nuovo), ma senza né bussola, né carte, né orologi, né sestante. In pratica si può solo navigare a vista.

Un’eccezione alla regola dei dieci anni di questo WEO è la proiezione, estesa al 2040, della produzione petrolifera che è riportata nella figura che segue. Quasi nulla di nuovo. Dopo anni di accurata elusione del problema del Picco del Petrolio nel WEO2018, l’IEA ammetteva che:

La produzione globale del petrolio greggio convenzionale ha raggiunto il picco nel 2008 a 69,5 milioni di barili al giorno, e da allora è andata riducendosi di circa 2,5 milioni. (IEA- WEO2018 pag 45)

Figura 1

 

Nessun problema, nel 2018 c’era ancora la produzione di petrolio non convenzionale, e in particolare di Light Tight Oil negli USA, che aveva coperto la differenza fra offerta di convenzionale in declino e domanda di prodotti petroliferi in aumento. Nel racconto conforme, il picco del convenzionale poteva essere tanto ammesso, quanto considerato ininfluente. La cornucopia neoclassica funzionava perfettamente. La mano invisibile, nel caso specifico, funziona così: se una risorsa diventa scarsa il mercato percepisce il fatto con un segnale nell’aumento del prezzo della risorsa, e a questo punto si innesca il processo virtuoso dell’economia di mercato:

1) se il prezzo aumenta diventa conveniente cercare nuova fonti della risorsa e generalmente se ne trova.

2) Lo sviluppo tecnologico aumenterà l’efficienza di uso della risorsa.

3) Si troveranno opportuni sostituti.

Ognuna di queste risposte, entro certi limiti, funziona e porta con sé diversi contro-argomenti. Lasciamo perdere, in questo post, gli aumenti di efficienza e i sostituti che rimandano a diversi fenomeni di cui si è scritto molto e limitiamoci alla questione della ricerca di nuove fonti di petrolio.

Si cercano nuovi giacimenti e generalmente se ne trovano ancora, ma quanti e di quali dimensioni? Qualsiasi persona di giudizio esclude che oggi si possano trovare campi petroliferi super-giganti come quelli del Golfo Persico o del Mare del Nord. E questo, inevitabilmente porta al Picco del Petrolio. La ragione è semplice: la distribuzione dei giacimenti petroliferi è fortemente asimmetrica, con pochi grandi giacimenti che rappresentano la maggior parte della risorsa e molti giacimenti medi e piccoli. I grandi giacimenti sono stati mediamente scoperti e sono entrati in produzione prima degli altri. Quando questi giganti entrano in stasi produttiva o in declino, il contributo di quelli minori non riesce a compensare il declino dei giganti. Per chi vuole un ripassino del modello si consiglia il libro di Roger Bentley “Introduction to Peak Oil” (lo so, Springer fa dei prezzi assurdi, ma confido nelle vostre capacità piratesche) o, per cominciare, il riassunto che ne ho fatto nel documento “Che cos’è il Picco del Petrolio” (che ha il pregio di essere gratis et amore Dei).

Dopo la fiammata inflazionistica di inizio secolo e la recessione che seguì nel 2008-2009, la ricerca di nuove fonti di liquidi petroliferi non convenzionali ha avuto un grande successo, grazie proprio al segnale di prezzo, ma i nuovi giacimenti sono meno convenienti dei vecchi, energeticamente (EROI più basso) ed economicamente (costi più alti). Il risultato è che dopo il picco del petrolio convenzionale e la crisi del 2007-2008, il sistema economico globalizzato è rimasto a sobbollire in un brodo energetico che era sempre più povero e costoso.

Tranne che nei periodi di recessione il prezzo del barile di petrolio è sempre stato più alto, fino a cinque volte, di quello dei minimi storici di fine secolo XX. Sostenute dai prezzi alti e dalle politiche monetarie e di espansione del debito, le compagnie impegnate nella produzione di petroli non convenzionali hanno fatto il loro lavoro portando sul mercato nuovi milioni di barili di petrolio al giorno, mentre le vecchie compagnie pubbliche e private, tentavano, affrontando costi di migliaia di miliardi, di rallentare il declino del petrolio convenzionale. Il risultato era un mercato in cui il prezzo era spesso abbastanza alto da uccidere una parte della domanda, cioè danneggiare l’economia della crescita, ma non abbastanza alto da risultare conveniente per i produttori che infatti hanno affrontato periodi molto difficili aggravati dal crollo post-COVID. Con un riflesso difensivo sia l’IEA che altri analisti legati più o meno direttamente alle compagnie petrolifere hanno iniziato a parlare di Picco della Domanda. Di questo concetto, e dei suoi limiti nell’interpretazione del mercato petrolifero, si è già parlato in un post recente.

PUNTO DUE

La figura 1 riguardante la produzione petrolifera dice che il Picco del Petrolio è stato raggiunto e superato e che, molto probabilmente, non torneremo indietro. È quanto ha affermato nel suo recente rapporto annuale anche la BP, anch’essa trincerandosi dietro il più tranquillizzante Picco della Domanda.

Dai dati del Fondo Monetario Internazionale riportati sotto (vedi figura 2), si vede che la crescita economica globale ha superato un picco proprio nel 2007- 2008 e non ha mai più raggiunto quei livelli, neppure nelle economie emergenti. Secondo la John Williams’ Shadow Government Statistics, il modo di calcolare il PIL e altre variabili economiche come il tasso di disoccupazione, quello della produzione industriale ecc. è cambiato nel corso dei decenni secondo logiche non sempre trasparenti. Un ricalcolo del PIL USA con i criteri usati negli anni novanta mostrerebbe che dopo la crisi dei subprime (e del picco del convenzionale?) gli USA non sono più rientrati in regime di crescita economica (vedi Figura 3). La disperata insistenza con cui qualsiasi politico evoca la necessità di “rilanciare la crescita” sia essa verde, sostenibile, qualificata o meno, è anch’esso un segnale del progressivo indebolimento del paradigma nel momento in cui si iniziano a toccare materialmente i limiti biofisici della crescita. E ancora non sono venuti al pettine tutti i nodi, come quelli legati alle varie bolle finanziarie in cui viviamo e che fanno del debito una delle spade di Damocle che ci siamo, o che ci hanno, sospeso sulla testa.

Figura 2
Figura 3

PUNTO 3

È possibile, se non probabile, che questa epidemia abbia semplicemente accelerato processi che sono attivi da decenni e che stanno portando alla fine della crescita.

Non sarà un pranzo di gala, ma non è nemmeno detto che debba essere una tragedia. Sappiamo bene che è proprio la crescita esponenziale dell’attività umana che ha messo gli ecosistemi terrestri sotto una pressione insostenibile, al punto che per molti è necessario organizzare un rientro, il più dolce, o il meno amaro possibile, nell’alveo della vera sostenibilità. Al contrario di quanto dice esplicitamente il  WEO, presumibilmente sotto dettatura della politica [1], e cioè che “una tasso di crescita più basso non è una strategia per ridurre le emissioni” (IEA WEO2020 pag 33), quello che abbiamo visto in poche settimane di lockdown è che la biosfera ha una buona resilienza e appena l’uomo si ferma o si allontana (abbiamo visto anche l’effetto Chernobyl) riprende subito i suoi spazi. L’abbandono del paradigma della crescita, che ci accompagna da sempre, ma che con il turbo capitalismo globalizzato ha trovato la sua realizzazione estrema e ultima, non sarà facile, ma sarà utile per ripristinare la vitalità della biosfera di cui facciamo parte, e non sarà la fine della storia. Solo l’inizio di un’altra storia. Con o senza di noi.

Supponiamo ora che sia con noi. Cioè che si riesca a non innescare catastrofi irreversibili. Cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni volendo essere un po’ ottimisti, o, se preferite, Apocalottimisti? E anche un po’ tecnocratici.

In 20 anni potrebbe verificarsi il seguente scenario almeno nel mondo di vecchia industrializzazione.

  1. Nelle fabbriche quasi interamente automatizzare lavorerebbe solo manodopera fatta di tecnici ultra specializzati preparati direttamente da chi vende i sistemi meccanici automatizzati, sia per l’uso di routine sia per la manutenzione ordinaria. In questo modo si eliminerebbero un bel po’ di spostamenti, riducendo la necessità di sistemi di trasporto delle persone.
  2. Il consumo energetico degli ambienti è una delle cose che verrà fortemente attaccata, si può e si deve decrescere. In questo il mercato, con il segnale dei prezzi e degli incentivi, potrebbe funzionare.
  3. La popolazione inizierà a diminuire, si spera senza bisogno di altro che di politiche di disincentivo alla procreazione e di incentivo all’uso degli anticoncenzionali. Una diminuzione del numero di emettitori è una buona notizia quanto la diminuzione delle emissioni. L’invecchiamento della popolazione, che è una conseguenza, sta già mettendo pressione sui sistemi pensionistici e sanitari. Ma è un transiente storico che va governato, e non certo con una ripresa della natalità o con l’immigrazione economica massiccia. Al contrario quello su cui bisogna puntare è il fatto che in una popolazione che invecchia cambia ovviamente il rapporto fra vecchi e giovani, ma il rapporto fra inattivi e attivi, cambia molto meno. Quindi un primo provvedimento è quello di spostare risorse dalla cura dell’infanzia alla cura della vecchiaia per il tempo necessario a stabilizzare la popolazione verso il basso. Come accade già in Giappone ci saranno anche i robot che aiuteranno per l’assistenza agli anziani.
  4. Il fatto che in Europa non ci siano guerre da 70anni non significa che una guerriglia economica strisciante che come un virus colpisce un po’ a casaccio non venga portata avanti. Anche questo potrebbe rallentare l’attività economica.
  5. La globalizzazione turbocapitalista andrà sgretolandosi sotto il peso della sua stessa insostenibilità ambientale, sociale ed economica. Anche questo porterà ad una riduzione degli impatti determinati dal consumismo e dai trasporti intercontinentali.
  6. Una rilocalizzazione delle produzioni. Un esempio preso dalla cronaca è la produzione di mascherine chirurgiche che attualmente anche in Italia si è iniziato a produrre localmente.
  7. Una cooperazione in Europea che smussi gli attriti fra stati perché la cooperazione è fondamentale, sia per lo sviluppo di prodotti complessi sia per l’integrazione crescente delle energie rinnovabili e delle infrastrutture necessarie per gestirle (ad esempio la rete e i sistemi di stoccaggio dell’energia). Sia come mercato di sbocco, viste le crescenti misure protezionistiche adottate dagli altri due competitor Usa e Cina.

PUNTO 4

Dimezzare il consumo di petrolio, e di combustibili fossili, in 20 anni in occidente è possibile ed anche auspicabile.

Se sapremo uscire dalle acque tempestose in cui ci troviamo, senza tragedie e senza mezzi di navigazione avanzati, dipende da noi e dalla nostra capacità di governare i fenomeni che via via si presenteranno ed i difficili problemi che questi causeranno. Sursum corda, la situazione è difficile, ma è anche l’unica che ci è dato affrontare oggi, sapevamo che dopo il Picco tutto sarebbe stato difficile e probabilmente imprevedibile.

 

Note

[1]  Il rapporto è stato anticipato rispetto alla normale uscita degli anni scorsi che cadeva in novembre, presumibilmente per accordarsi con i vincoli della politica USA, che vedrà la conclusione del ciclo elettorale con le elezioni presidenziali del 3-4 novembre.

 

 

15 risposte a “Essere dopo il Picco e non dirlo

  1. Tutto altamente condivisibile. Mi sembra solo un po’ ottimististica (anche se auspico sia come dite voi) la visione del passaggio non traumatico verso una società di vecchi.
    Primo perché già ora i servizi per gli anziani (pensioni, servizi sanitari) pesano molto di più di quelli per i giovani (istruzione, lavoro etc.) e questo non solo in Italia.
    Secondo perché il sentiment è quello di un incremento di spesa per tutti i servizi: non sentite come il mancato aumento della spesa sanitaria é sempre descritto come tagli? Come ogni tentativo di tenere sotto controllo la spesa pubblica (ora ovviamente non avrebbe senso ma pre-pandemia lo aveva) viene bollato come austerità? Certo questo aspetto in Italia è sparato verso i suoi massimi ma non é un mondo di Tedeschi e Finlandesi
    Per restare nel mio campo la spesa farmaceutica é destinata ad aumentare drammaticamente e non solo per star dietro all’età media ma perché costeranno tanto le cure per trasformare i mille cancri in malattie croniche.
    Temo sarà necessario rinunciare a qualcosa (forse anche alla libertà di farsi del male da soli), spero verrà compreso.
    Nel frattempo spero anche in robots e AI.
    Saluti

  2. Mi occupo di agricoltura/allevamento e con rammarico constato che tale argomento primario non è stato minimamente toccato. A mio parere in questo campo ci sono molte soluzioni per rispondere a nuovi paradigmi energetici. E guarda caso sono anche soluzioni più ecocompatibili rispetto a quelle incentivate dall’attuale vulgata. Tra tante possibili, ne indico solo tre. La prima è il ricorso a quelle biotecnologie che a dispetto dei denigratori hanno già ampiamente dimostrato di permettere produzioni migliori in qualità e quantità e con minore ricorso ad input energetici e di fitofarmaci. La più recente (rispetto agli antiquati metodi di cisgenesi e transgenesi) tecnologia CRISPR-Cas9 potrebbe migliorare di molto questo trend se applicata a molte più specie. Il secondo è l’abbandono di quegli assurdi incentivi a metodi come il Bio e Biodinamico utili solo a rassicurare le immotivate paure di quei cittadini affetti da cupio regredi e che in pratica sono tutto meno che più ecocompatibili e meno energivori. Basta poco per accorgersi che le aziende Bio consumano molti più combustibili fossili per unità di prodotto (metodo che viene sempre omesso) rispetto all’agricoltura tradizionale. Il terzo punto è il sostegno a quelle produzioni animali che valorizzano l’utilizzo di foraggi locali spontanei o coltivati e dei sottoprodotti agricoli e/o industriali (sempre locali), piuttosto che materie prime prodotte con metodi da rapina ambientale dall’altra parte del mondo.

  3. Il riferimento all’automazione mi sembra in totale contrasto con il senso dell’articolo. In realtà mi sembra in generale che sull’automazione si ripongano speranze insensate e secondo me anche distopiche, perché, se è vero che non ci fa bene ammazzarci di lavoro, abbiamo BISOGNO di lavorare, e infatti pensionati, casalinghe o casalinghi, ragazzi e sotto-occupati vari si affannano a trovare sempre qualche sport e hobby, anche manuale, per riempire il tempo e usare le proprie energie. Persino gli animali costretti all’inattività impazziscono! Vogliamo non lavorare, e poi passare il tempo a fare cose inutili quando potremmo semplicemente produrre cose utili lavorando…
    Ma soprattutto, l’automazione consuma enormi quantità di energia, e questo nessuno lo dice mai, nemmeno chi, come voi, dice un sacco di cose che gli altri non dicono. Se avremo molta meno disponibilità di energia, che senso ha e come sarà possibile far fare tutto ai robot? Per non parlare della costruzione di questi robot, delle materie prime per farli (mentre gli esseri umani ci sono già in ogni caso), e della superiorità dei prodotti fatti a mano in molti campi anche se non tutti.
    L’agricoltura ipermeccanizzata, per fare un esempio, SEMBRA più produttiva ed efficiente, ma in realtà consuma più energia di quanta ne produce (le stime sono mediamente di tre calorie di petrolio ogni caloria di cibo). È resa possibile, tra l’altro, da sovvenzioni distorte che incentivano il consumo energetico e disincentivano l’energia umana ed animale (se compri il trattore te lo paga lo stato e il gasolio è scontato, se assumi un dipendente lo paghi il doppio in tasse… togliamo questi incentivi e vediamo cosa conviene!)
    E questo senza contare tutte le enormi esternalità connesse ad un alto consumo energetico E all’utilizzo di macchinari, argomento in cui voi dovreste essere specializzati, eppure parlate di automazione come se l’energia piovesse dal cielo, proprio in un post in cui dite che inizia a scarseggiare… non capisco.
    Quando non potremo più trasformare il petrolio in cibo o altri prodotti ci renderemo conto che l’automazione conviene solo in un numero ristretto di casi, e che consumare meno sarà necessario (e, secondo me, anche un’ottima cosa).

  4. Gaia: non capisco la tua idiosincrasia all’automazione, a meno che tu coerentemente tuttora lavi i vestiti e stoviglie a mano; vada in giro esclusivamente a piedi (anche la bici è da considerare un ausilio meccanico non certo naturale) e mangi solo verdure prodotte nel tuo orto zappato a mano. Nel caso tu fossi intelligente e previdente da tenere anche una o più vacche, mungitura manuale alle 5 di mattina e 17 di sera ogni sacrosanto giorno dell’anno. Negli ultimi decenni l’aumento dell’automazione ha ridotto di molto i consumi energetici per unità di prodotto. Anche se complessivamente i consumi sono aumentati perché a tavola si sono aggiunti 3-4 miliardi di persone e tutti vogliono vivere/guadagnare/mangiare di più e meglio. Lo stesso vale in agricoltura. Dove si è ricorsi ad una maggiore automazione soprattutto per carenza di manodopera. Fino a 60-70 anni fa metà della popolazione lavorava per dare da mangiare (a malapena) all’altra metà. Ora basta il 2-3% per dare da mangiare (migliorando quantità e qualità) al 97-98%. A tutti gli affetti dalla sindrome del cupio regredi consiglio sempre di venire da me in campagna a zappare. Una terapia di solo due settimane fa sparire ogni fisima. Senza volerlo però hai scritto qualche cosa di giusto ” … come se l’energia piovesse dal cielo”. In effetti è proprio così: il pianeta Terra è un sistema aperto che riceve continuamente energia dal sole. L’agricoltura e la zootecnia (non a caso definiti anche settori primari) non sono altro che mezzi per catturare/conservare/riciclare l’energia solare e trasformarla in cibo. Tutto sta nel farlo nel modo il più efficiente possibile

  5. Franco, la mia obiezione non era tanto all’automazione in sé quanto all’incoerenza, secondo me, di un articolo sul picco del petrolio in un sito sul picco del petrolio (e combustibili fossili) che dà per scontato che faremo fare tutto ai robot. Non ha molto senso: chiedevo spiegazioni su questo.
    Per fortuna, secondo me, l’automazione a questi livelli oltre a non essere possibile non è neanche auspicabile.
    Se uno utilizza *qualche* tecnologia questo non significa che non possa criticare le altre, anche questo non ha molto senso. È come dire che chi beve un bicchiere di vino alla settimana è automaticamente un alcolizzato. Noto spesso, quando mi esprimo (forse mi esprimo male io?), che se critico l’eccesso di una cosa si presume automaticamente che io sostenga l’eccesso opposto. L’incapacità di cercare una via di mezzo, un compromesso, un equilibrio, è molto comune nei dibattiti del nostro tempo (o “pro” o “contro” la tecnologia / il governo / il lupo / l’America o la Russia / gli immigrati, eccetera).
    Riguardo all’agricoltura, i dati che ho letto parlano, per l’appunto, di circa tre calorie di energia consumata per produrre una caloria di cibo: non ha nessun senso e non si può andare avanti così. È esattamente il contrario di efficiente. È come dare del buon amministratore a uno che ha trovato un tesoro e lo ha dilapidato rapidamente. I conti si faranno quando non ci sarà più… Senza contare che i mezzi e la chimica utilizzati per operare così in agricoltura sono molto dannosi per suolo, acque e aria (non dirmi che non è vero perché è dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio).
    Se la butti sul personale, ti confermo che sì, mungo a mano buona parte dell’inverno, zappo a mano, eccetera, e questo conferma anziché far sparire le mie “fisime”. Per me la sfida è cercare un equilibrio tra buon utilizzo di risorse, rispetto dell’ambiente, e tenore di vita accettabile (ma ben al di sotto dei livelli malsani e insostenibili a cui siamo abituati in Occidente), senza ammazzarsi di fatica ma senza pensare di poter avere tutto premendo pulsanti.

    • Posto che diamo per scontato che i dati di Gaia siano esatti è altrettanto ovvio che abbiamo bisogno di rese in agricoltura. Il ritorno a pratiche de-meccanizzate non potrebbe fornircele a meno che non facciamo i soliti discorsi sul diventare flexitariani con consumi saltuari di alimenti di origine animale e rinunciare all’abbondanza alimentare, cioè cose che non succederanno se il mondo intero non cadrà da cavallo sulla via di Damasco (Cina e Africa non credo ci verrebbero dietro e neanche la maggioranza degli occidentali).
      Io credo che si intenda, quando si parla di meccanizzazione, un’affinamento di quello che c’è già: quindi passaggio a trattori agricoli elettrici, uso droni per ottimizzare tempi e zone dei trattamenti, recupero edifici e trasformazione in fattorie verticali per le vegetali a foglia (per ora, forse anche per qualche main crop in futuro, speriamo), nonché tecnologie biologiche emergenti.

      É chiaro che se ogni persona dei paesi emergenti punterà a consumare come un’americano medio e se la carenza di energia netta diverrà un problema reale allora saremo tutti nella ….da comunque. Nulla basterà e il ritorno a un’agricoltura di sussistenza e relativa fame non sarà una libera scelta

      • Robo, io penso, sulla base delle mie letture e osservazioni, che le tecnologie che tu citi abbiano comunque un enorme consumo energetico e di materie prime (immagina cosa vuol dire costruire, mantenere e irrigare una fattoria verticale, se già orizzontale con il terreno fornito da madre natura è così faticoso!). Il fatto che certe tecnologie siano disponibili non significa che siano convenienti. E comunque, anche se il trattore è elettrico, i fertilizzanti utilizzati attualmente sono di origine fossile e da lì non si scappa: prima o poi finiranno per forza. Inoltre inquinano pesantemente. Che tu li sparga con un trattore a gasolio o con uno elettrico che comunque è fatto di metalli, che comunque compatta il terreno, e che richiede la stessa energia di quello a gasolio, con tutti i problemi delle rinnovabili che sappiamo, non c’è un gran miglioramento. E l’acqua, che stiamo inquinando e rendendo in vari modi indisponibile, nonché sottraendola all’ecosistema?
        Forse dovremmo avere l’onestà intellettuale di ammettere che non sempre la soluzione è tecnologica, che alle volte la soluzione sta soltanto in un cambio di prospettiva e in un ridimensionamento, il quale non per forza deve essere sgradevole, anzi. Molte persone scelgono volontariamente di fare meno figli per crescerli meglio o vivere meglio loro; altre provano a vivere con meno e si accorgono che la vita migliora. Siamo martellati di messaggi sulla crescita e il consumo ma non è necessario vivere così.

      • La soluzione non é tecnologica, la soluzione sarebbe ridurre popolazione e consumi, ma senza un governo mondiale che lo imponga non si può fare.
        La tecnologia ben utilizzata allunga semplicemente il brodo e si può fare meglio (già ora si utilizzano meno pesticidi) finché necessità e/o paura non ci facciano cambiare direzione.
        Ma é il calo dell’energia netta il discriminante che, se avverrà davvero, ci metterà l’asticella dove non si potrà passare (non so se sperarlo, altrimenti il rischio è che arriveremo, prima o poi, a distruggere i servizi ecosistemici)

  6. Non credo serva un governo mondiale. Anzi: un governo mondiale non è mai esistito, eppure l’umanità è riuscita a fare un sacco, ma proprio un sacco, di cose anche senza! La storia del “governo mondiale” (è difficile governare un piccolo comune, figurarsi otto miliardi di umani diversissimi tra loro e sparsi in tutto il pianeta…) mi sembra solo un modo per posticipare la soluzione dei problemi. “Non ci penso io subito, ci penserà il governo mondiale un giorno, fino a quel momento non serve scomodarsi a fare niente…”
    Moltissimi paesi hanno già ridotto la natalità o con programmi governativi nazionali o regionali, o spontaneamente. Per quanto riguarda i consumi, visto che si riescono a far accettare ai popoli addirittura le guerre (e spesso persino con entusiasmo!!), direi che non dovrebbe essere impossibile accettare piccole rinunce graduali, cominciando da chi ha di più, così da rendere più accettabili i “sacrifici” al resto della popolazione. Ci sono persino miliardari che chiedono di essere tassati di più – non tutti, ma non manca la gente che, al centesimo miliardo che guadagna, inizia a rendersi conto che forse starebbe meglio dandolo a qualcun altro.

    • Quella del governo mondiale é un’iperbole.
      La riduzione riguarda paesi già sviluppati e che hanno livelli di consumo già alti, il problema é la spinta al consumo di miliardi di persone dai paesi emergenti (anche consumo sanitario che ha un costo altissimo ed è in crescita continua)
      Io sono tra quelli che limitano il proprio autoconsumo ma non credo di essere un modello anche se spero tu abbia ragione

  7. Gaia: a mio giudizio parti da presupposti/pregiudizi sbagliati. Se chi ha detto/scritto che per ogni caloria alimentare ne consumiamo mediamente 3 di energia fossile, è lo stesso (o della stessa matrice ideologica) che accusa i ruminanti di contribuire all’effetto serra o di consumare (” sottraendola all’ecosistema: ma quando mai??!!) 15.500 litri di acqua per ogni kg di peso vivo, “stiamo freschi”. Se queste fake news (definiscile pure cazzate sesquipesali) vengono continuamente rimbalzate da tutti i media, non significa che siano verità a cui una persona mediamente dotata di raziocinio debba credere. Perché poi i fertilizzanti devono essere sempre considerati inquinanti? Sarà l’eccesso a determinare qualche problema, ma un uso corretto, come fa il 90% degli agricoltori (non perché siano “bravi e sensibili al problema”, ma semplicemente perché costano troppo per sprecarli) serve a reintegrare le perdite di macro e microelementi essenziali. A meno che tu non sia una cultrice della permacultura e pertanto sia convinta che l’entropia e la legge della conservazione della massa siano fandonie. Di fronte a questi abissi di ingenuità/credulità, come con terrapiattisti, creazionisti & Co, purtroppo non resta che arrendersi. In conclusione: l’umanità non può progredire tornando indietro e rinunciando ai vantaggi dati dall’automazione, dalle biotecnologie e più in generale dalla scienza. Sono abbastanza vecchio per aver potuto constatare “de visu” e non per sentito dire, quanto sia migliorata l’agricoltura dal punto di vista dell’ecocompatibilità. Purtroppo è peggiorata notevolmente dal punto di vista della redditività economica.

  8. 10 commenti sono fuori tema. o di fuori come i terrazzi. Sarebbe meglio rimanere nell’ambito del picco, ma se uno non ci riesce pace all’anima sua. Tra l’altro domani è il giorno dei morti e come dice il virologo Galli: “Statte buono a casa, invece di andare ad impestare in giro”.

    • Bè, se il tema è il picco dei combustibili fossili, i quali vengono usati anche e forse soprattutto per produzione industriale e agricola, non vedo cosa ci sia di fuori tema nel parlare proprio di questo scendendo nei particolari.
      Comunque non interverrò più su questo blog: credevo di portare un piccolo contributo, ma se bisogna essere sempre insultati e maltrattati da altri commentatori senza che questi vengano moderati, meglio leggere e stare zitti, ci sono già abbastanza cose spiacevoli nella vita.

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