Il (non) senso del PIL

Di Claudio Della Volpe e Luca Pardi

pilgiù

Pochi giorni fa avevamo avuto il presagio che qualcosa stava andando storto nella tranquillizzante narrativa mediatica: ci veniva spiegato che c’è stato un calo della produzione industriale nel mese di marzo.

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Poi sui giornali è esplosa la conferma di quel presagio: tutti i titoli economici e politici sono stati legati alla riduzione del PIL italiano nel primo trimestre,  una riduzione dello 0.1% che sembra porterà sfracelli costringendo il neogoverno Renzi ad ulteriori tasse e così via.

Ma da cosa dipende il calo del PIL italiano? Leggendo sempre la fonte confindustriale, il Sole 24 ore di ieri 16 maggio, si apprende che esso nasce da una sostanziale crescita della parte manifatturiera, +1.7% addirittura, ma da una forte riduzione del settore energetico, -9% e da una stagnazione di quello edilizio (video).
Allora vediamo di riflettere con un po’ di attenzione ed usiamo non il Pil ma un criterio che sia più credibile e meno legato all’apparenza del mercato. Ci permettiamo di sostenere l’eresia secondo cui è la contabilità economica che sbaglia. In un recente libro (Prosperità senza crescita, ed. Ambiente 2011) Tim Jackson provava ad abbozzare un nuovo tipo di contabilità economica che internalizzi i danni ambientali e quantifichi la qualità del consumo e dell’ambiente di un paese.
Siamo un paese in cui oltre il 15% del territorio è stato infrastrutturato, una percentuale altissima, che rivela un eccesso di costruzioni, d’altronde l’85% degli italiani è proprietario della casa in cui abita  e di case da affittare ce ne sono a iosa (il problema è semmai che hanno prezzi alti, ma questo è un altro discorso); le nuove costruzioni battono il passo per l’ottimo motivo che ce ne sono già abbastanza.
L’energia poi: il primo trimestre del 2014 ha visto una temperatura media più alta, in particolare il mese di marzo ha mostrato una primavera anticipatissima, probabilmente frutto almeno in parte del riscaldamento globale prodotto proprio dall’uso indiscriminato dei combustibili fossili; ma comunque sia questa temperatura ci ha consentito di ridurre la spesa energetica che sappiamo in Italia è centrata sull’uso dei combustibili fossili e quindi ha certamente aiutato la nostra bilancia dei pagamenti e ha ridotto il nostro contributo all’inquinamento dell’atmosfera e al riscaldamento globale; d’altronde è anche vero che ormai le rinnovabili danno un contributo nel settore elettrico e quindi anche per questo c’è stata una riduzione della spesa per l’acquisto di energia che, ripetiamolo, pesa soprattutto nella bilancia dei pagamenti e sui mancati profitti delle aziende energetiche, le stesse che guadagnano da queste spese.

Se usassimo un criterio più ampio di quello solo monetario e mercantile come il PIL, se considerassimo il beneficio che l’ambiente ha ricevuto da questa nostra riduzione nel settore delle costruzioni che occupano territorio e nell’inquinamento atmosferico, allora il primo trimestre italiano sarebbe certamente positivo; non vogliamo con questo dare giudizi sull’evoluzione della crisi ma certamente fare scelte politiche basate su in indicatore così inaffidabile e parziale come il PIL è sbagliato ed assurdo. Non basta certo solo cambiare indicatore per raddrizzare le sorti del pianeta, occorre cambiare direzione della produzione, la crescita illimitata e continua è impossibile in un pianeta finito, ma questo episodio italiano fa capire che anche la cultura dell’economia deve darsi una mossa: specie in questo momento di crisi, per capire cosa succede non basta il PIL ma occorre usare nuovi occhiali, nuovi modi di misurare, come per esempio l’ISEW inventato da Daly e Tiezzi già decenni fa, o il più recente BES.

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5 risposte a “Il (non) senso del PIL

  1. questo testo è opera mia e di Luca Pardi, ricercatore CNR e presidente di ASPO Italia

  2. post chiaro ma non alla portata di tutti..
    mi piacerebbe approfondire il discorso ‘immobiliare’..
    siamo entrati in una fase molto particolare..
    come giustamente detto molte case in affitto (moltissime però quelle tenute chiuse..) ma..e c’è un ma..sempre meno acquirenti per quei prezzi..almeno nelle grandi città..
    e, fatto ancora più curioso (ma significativo), sempre più ‘parametri’ da soddisfare per aggiudicarsele..
    reddito dimostrabile..spese accessorie elevate..qualche proprietario che chiede garanzie e ci mette nel mezzo pure la cittadinanza..
    bello vedere come la forbice si stia allargando e il mondo dividendo tra chi può permettersi qualcosa e chi, definitivamente, no.
    un saluto e un grazie per il post.

  3. ‘bello’ inteso in senso drammatico.

  4. noi volevamo qui sottolineare che i decisori scelgono non sulla base di una immagine corretta della realtà ma di una immagine distorta e quindi quello che dovrebbe essere un meccanismo di stabilità, di retroazione negativa si trasforma in instabilità in retoazione positiva; il PIL usato come strumento di indagine ci fa pensare che stiamo andando male ma in realtà non è così, ci dice qualcosa che non ha correlazione alcuna se non mediata e complessa con quello che veramente succede e quindi la scelta conseguente (altre tasse o riduzione delle misure a favore delle rinnovabili) sdiventano fattore di instabilità

  5. Pingback: IL PIL, DETTO TRA NOI, E’ UNA CAZZATA | tsiprastn

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