Inquinamento: il colpevole nascosto.

inquinamento pianura padana

Se l’inquinamento prodotto dalle auto è in calo da vent’anni, come mai la situazione dell’aria non migliora?

Un articolo da leggere bevendo molta, molta camomilla.

Siete avvertiti.

Di Dario Faccini

E’ ora disponibile la seconda e la terza parte di questo articolo.

martellare le auto

Da vent’anni siamo sottoposti ad un martellamento mediatico e normativo sulla necessità di rendere le auto meno inquinanti. Tra ecoincentivi, rottamazioni, divieti alla circolazione, normative euro 3/4/5 (ed è in arrivo pure la 6), abbiamo ora chiaro un concetto: le auto vecchie inquinavano tanto, quelle nuove molto meno.

Ad esempio: sulla carta un’auto diesel EURO I nel 1992 poteva emettere 140mg di polveri per ogni km; 17 anni dopo, con l’EURO V, il limite è a 5mg. E’ 28 volte di meno.

Tra le teoria e la pratica però spesso ce ne passa. Quindi andiamo a verificare se effettivamente il traffico su strada contribuisce molto meno all’inquinamento dell’aria. Come riferimento prendiamo l’inquinante più pericoloso che viene monitorato, le polveri sottili, frazione PM2,5 [1], e come fonte ci affidiamo alle stime ufficiali di emissioni totali raccolte dall’ISPRA [2].

PM25_strada_residenziale_2012

Figura 1: Per l’Italia, storico delle emissioni PM2,5 del trasporto su strada (auto, moto, furgoni, camion, usura dei pneumatici ma manca quella dell’asfalto), in blu, e degli impianti stazionari a servizio del settore residenziale, in rosso. Come sarà spiegato più avanti, la serie relativa al settore residenziale è gravemente sottostimata e dovrebbero essere resi disponibili dati corretti nel 2016. Fonte:  settori NFR14 (aggregazione da 1A3bi a 1A3bvii, e 1A4bi) pubblicati sul database LRTAP.

 

In Figura 1 si può osservare che effettivamente le emissioni di PM2,5 derivanti dal trasporto su strada sono calate in vent’anni di quasi il 60%.

non c’è speranza

Allora tutto bene? In fin dei conti, gli sforzi sembra abbiano prodotto buoni risultati…

Purtroppo no.

Sempre in figura 1  si osserva che dal 2003 mentre calavano le emissioni delle auto, aumentavano di pari passo quelle prodotte dal settore residenziale. Al netto, sono stati completamente vanificati vent’anni di politiche UE e italiane per ridurre l’inquinamento.

Ma cos’è successo nel settore residenziale a partire dal 2003 per contribuire così tanto all’emissione di polveri fini?

Per rispondere, c’è bisogno di scavare più a fondo nei dati raccolti dall’ISPRA recuperando la metodologia applicata. Per chi è interessato, la nota [3] spiega tutto questo nel dettaglio.I risultati di questo lavoro sono riportati in figura 2 e figura 3, e si spiegano praticamente da soli.

PM25_residenziale_consumi_combustibile_2013

Figura 2: Per l’Italia, storico dei consumi di energia nel settore residenziale, ripartito per tipologia di combustibile. I combustibili liquidi comprendono il gasolio, il GPL, il kerosene e l’olio combustibile.  Fonte:  rielaborazione dell’autore su dati ISPRA, Serie storiche delle emissioni nazionali di inquinanti atmosferici 1980-2013, SINAnet, foglio di calcolo, giugno 2015.

 

Nel residenziale la tendenza storica che emerge dalla figura 2 è quella dell’aumento progressivo dell’utilizzo del metano al posto dei combustibili liquidi (gasolio e GPL soprattutto). Dal 2003 però il consumo di biomasse (legna e più recentemente pellet), già debolmente in aumento anche prima, subisce un’accelerazione.

Dal 2003 l’effetto complessivo è quindi una sostituzione più rapida dei combustibili liquidi mediante legna e pellet, a scapito del metano.

Il problema è che questa sostituzione non è indolore. Ogni unità di energia che viene bruciata in più sotto forma di biomassa, emette molte più polveri sottili di quelle avrebbe emesso la stessa unità di energia in forma di combustibili liquidi (e infinitamente di più rispetto al metano, che ha una combustione molto pulita). Per dare un’idea dei fattori di emissione di PM 2,5 , per il 2011 l’ISPRA fornisce i seguenti dati: biomasse, 400g/GJ; carbone, 219g/GJ; gasolio e GPL tra 2 e 3,6g/GJ; metano 0,2g/GJ. In altre parole, legna e pellet emettono 100 volte di più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte rispetto al metano.

Passando allora da energia a emissioni, il grafico in figura 2 diventa quello in figura 3, in cui ad ogni tipologia di combustibile usata nel residenziale vengono attribuite le sue emissioni totali in PM2,5. Ritroviamo così la curva rossa del contributo del residenziale vista in figura 1, tranne per il picco finale relativo al 2013, che spiegheremo dopo.

 PM25_residenziale_emissioni_combustibile_2013
Figura 3: Per l’Italia, storico delle emissioni di energia nel settore residenziale, ripartito per tipologia di combustibile. Nel 2013 c’è una discontinuità nei dati dovuta ad una nuova stima ISTAT del consumo di biomasse, come spiegato nell’articolo. Fonte:  rielaborazione dell’autore su dati ISPRA, per il dettaglio vedere la nota [3].

 

Ora sono chiari due fenomeni fondamentali sull’inquinamento dell’aria:

  1. praticamente tutte le emissioni primarie di PM2,5 nel residenziale sono dovute all’uso di legna e pellet (ed è sempre stato così);
  2. dal 2003 la riduzione delle emissioni PM2,5 dai trasporti su strada sono state vanificate dall’aumento di uso di legna e pellet nel residenziale.

Forse è anche peggio

Queste affermazioni trovano pieno riscontro dalle stime di consumo dei pellet bruciati nelle stufe e caminetti, la cui vendita ha avuto un vero e proprio boom proprio a partire dai primi anni del nuovo millennio.

progetto fuoco - mercato pellet 2013

Figura 4: Consumo storico di pellet in Italia, ripartito per tipologia di apparecchio utilizzatore. Fonte: presentazione presente sul sito web di progettofuoco riportante dati AIEL.

 

Mentre il pellet viene prodotto da una filiera che ne garantisce la tracciabilità fiscale, per la legna la quantificazione dei consumi è molto più difficile, in quanto c’è una quota importante di autoconsumo (probabilmente anche una non trascurabile di evasione dell’IVA).

Questo ha dato luogo nel 2014 ad uno studio ISTAT per stimare meglio i consumi di biomasse in Italia. Da un anno all’altro si è così scoperto che i consumi di biomassa in Italia sono praticamente il doppio di quanto precedentemente ritenuto: 280.000 TJ contro 150.000. Ecco spiegato per il 2013 il picco dei consumi che si vede in figura 2 e si ritrova amplificato come emissioni PM2,5 nella figura 3. Come ammette l’ISPRA forse nell’unico documento che è possibile rintracciare (in inglese, l’Italian Emission Inventory 1990-2013, Informative Inventory Report 2015):

Un’indagine nazionale […] condotta dall’ISTAT […] ha stimato che le quantità di biomasse bruciate sono dell’80% più alte delle precedenti stime pubblicate nel Bilancio Energetico Nazionale (MSE) […] Le serie storiche non sono ancora state ricalcolate.

In pratica, le figure 1, 2 e 3 riportano valori gravemente sottostimati dell’uso delle biomasse sino al 2012. Solo per il 2013 i dati sono affidabili.

un po’ di buon senso

Come sempre, in un breve articolo non è possibile sviscerare completamente un argomento (altrimenti non si capisce perché servano interi corsi universitari per trattarli).

Una critica sensata ai dati proposti è che questi sono stime (ma le uniche complete e ufficiali) e trattano le emissioni dirette in atmosfera. In effetti tutta una serie di altri fattori (altezza cui avvengono le emissioni, formazione di particolato secondario, ripartizione temporale, condizioni meteo) possono influire in modo determinante sull’esposizione all’uomo.

Fortunatamente è possibile caratterizzare l’origine del PM2,5 con analisi di laboratorio. Uno studio recente che ha visto la collaborazione di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, Bari, Firenze e Venezia, con finanziamenti dalla regione Lombardia e dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ha effettuato campionamenti per oltre tre anni (2006-2009) in tre località: un’area urbana (Milano), in una rurale (Oasi le Bine, MN) e in una remota d’alta quota (2280 m a.s.l sulle Alpi Lombarde) usata come controllo. In autunno e in inverno, quando le condizioni meteo impediscono la dispersione degli inquinanti, a Milano le biomasse, il traffico e il particolato di origine secondaria contribuiscono ciascuno per circa un terzo alle PM2,5 presenti nell’aria, con un peso leggermente maggiore da parte delle biomasse. Nell’area rurale invece il contributo del traffico sparisce, mentre rimane elevato quello delle biomasse, quasi pari al particolato di orgine secondaria o naturale, a dimostrazione che il problema rappresentato dalle emissioni delle biomasse è diffuso in tutta la pianura.

Quindi non è corretto affermare che ormai l’inquinamento prodotto dal traffico sia trascurabile. Ha ancora un impatto importante ed è giusto continuare a lavorare per ridurlo, anche se ormai si deve cambiare strategia: la riduzione ancora possibile delle emissioni nei motori a combustione interna è molto limitata e i provvedimenti una tantum come i blocchi del traffico sono poco più che palliativi; il “giacimento dei emissioni negative” ancora non sfruttato passa dalla riduzione della mobilità privata e dal rafforzamento di quella pubblica. Un discorso parallelo meriterebbe l’ulteriore diffusione del metano e dell’elettrico, con pro e contro che ci riserviamo di trattare in futuro.

Anche per gli impianti industriali, di produzione elettrica e di incenerimento il contributo è significativo, soprattutto a livello locale. In questa trattazione si è però scelto di usare un approccio sovraregionale, dove questi contributi vengono ripartiti su aree geografiche più vaste e in cui emergono così gli impatti diffusi (traffico e biomasse appunto).

E’ chiaro comunque che è molto preoccupante registrare come l’inquinamento prodotto dall’uso sempre più diffuso di legna e pellet abbia vanificato i buoni risultati ottenuti sul fronte del traffico veicolare. Paradossalmente mentre le Istituzioni finanziavano in varie forme incentivanti l’uso di auto più ecologiche, hanno anche incentivato economicamente l’adozione di fonti d’energia “relativamente più sporche”, benché rinnovabili, come le biomasse per il riscaldamento.

Sarebbe davvero buona cosa iniziare ad essere chiari nei confronti dei cittadini. Nei periodi di blocco del traffico, quando si cita genericamente il contributo degli impianti di riscaldamento, andrebbe definita almeno l’origine: non metano, gasolio o GPL, ma legna e pellet.

Infine, prima o poi, qualcuno, a livello istituzionale, dovrà iniziare a gestire il problema dell’inquinamento prodotto dalle biomasse. Almeno per evitare che continui a peggiorare.

Magari potrebbe succedere proprio nel 2016.

Ecco un augurio per l’anno nuovo. Speriamo davvero che inizi a tirare un’aria nuova.

Continua a leggere la seconda parte di questo articolo.

Note

[1] Per le PM2.5, la frazione del particolato più fine che viene monitorata, è attribuito circa il 60% di tutti i decessi causati dall’inquinamento dell’aria in Italia. Fonte: studio VIIAS.

[2] Nel quadro della conferenza sull’Inquinamento Atmosferico Transfrontaliero dell’Aria a Lunga Distanza (LRTAP), l’ISPRA invia ogni anno alla UE i dati sulle emissioni annuali stimate in Italia per ogni inquinante, ripartite per ogni settore e sottosettore. Il database è consultabile nella pagina dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.

[3] Attraverso un foglio excel, l’ISPRA comunica ogni anno all’EEA i dati di emissione di ogni inquinante ripartiti per settore e sottosettore di attività[2]. La metodologia usata è indicata nell’Italian Emission Inventory 1990-2013, Informative Inventory Report 2015 e fa riferimento all’emission inventory guidebook pubblicato dall’EEA . In pratica per ogni sottosettore sono calcolate le quantità in energia su quattro categorie di combustibili presi come indicatori di attività (liquidi, solidi, gassosi, biomasse). Ognuna di queste attività viene moltiplicata per opportuni fattori di emissione specifici per ogni inquinante, per ogni sottosettore e per ogni anno. Per le biomasse nel residenziale(sottosettore 1A4bi), a pag 89 dell’Italian Emission Inventory è indicata l’evoluzione nel periodo 1990-2013 del fattore di emissione per le PM2,5. Invece, relativamente all’anno 2011, l’ISPRA ha pubblicato i fattori emissivi medi per le sorgenti di combustione stazionarie, da cui si ricavano quelli del metano, gpl, gasolio, carbone usate nell’articolo (supponendo nulla la variazione da un anno all’altro di questi fattori). E’ stato così possibile costruire il grafico in figura 3 con un errore che dal 2005 in poi si mantiene sotto allo 0,5% se confrontato con i dati d figura 1, mentre nei 15 anni precedenti non supera ma il 2%.

151 risposte a “Inquinamento: il colpevole nascosto.

  1. Grazie dottore per l’articolo illuminante.

  2. Pieno così di appartamenti con caminetti e stufe a pellet nelle grandi città. Non solo a Milano, dove ogni appartamento costruito o ricostruito dopo il 1960 ne ha almeno uno o una (a palazzo Marino, almeno uno per stanza e sempre acceso), ma pure Roma, e non solo al Colosseo.
    A Milano poi, ogni chiesa produce un inquinamento della madonna per via dei ceri sempre accesi; figurarsi al Vaticano, specie quando, con frequenza preoccupante, ci mettono più di un giro ad eleggere un papa…
    (Si coglieva l’ironia?)

    • L’inquinamento non e’ a Milano o Roma. E’ ovunque e se a Rovigo c’è quasi lo stesso inquinamento di Milano bisognerebbe riflettere.. ( considera che a Rovigo, se non sei pratico) ci sono 200000 persone in un’ area vasta quanto Milano e Monza più relative provincie. Una stufa a pellet consuma quanto 800 appartamenti!

      • Colpa mia: credevo fossero stati citati dati relativi a Milano e Roma. Mi pareva un po’ locale, come cosa.
        Ma allora, stufe a pellet? Avrei scomnesso sulle caldaie a gasolio (il rapporto tra le une e le altre, per numerosità, com’è?), altoforni (non ce ne sono più, in provincia?), termovalorizzatori e discariche varie.
        Si vede che non ci sono più gli inquinatori di una volta, che sversavano a cielo aperto e nei vari fiumi – adesso ci pensano i comuni mortali che caricano una stufa, ‘sti delinquenti…

    • Io cerco di inquinare il meno possibile, ma lo dovrebbero fare tutti!!!!! Per esempio, quando sono a casa in inverno mi copro molto bene, per evitare di accendere la caldaia, invece vedo che gli altri si vestono leggeri e accendono il riscaldamento, per non apparire esteticamente goffi con tanti maglioni addosso. Io, ben coperta riesco a stare senza riscaldamento, anche d’inverno.

  3. Mi è piaciuto Report . con quei tizi che bruciavano grasso di maiale x fare elettricita, ma che non li pagavano regolarmente x i servizi resi all’ambiente.. con i proventi delle bollette dei disoccupati…
    cosa subito stigmatizzata dai giornalisti, e posta all’ordine del giorno.

  4. Ma dove vivono i relatori di Aspo Italia, forse nella taiga? A Torino, dove circa due terzi della città viene riscaldata con il fluido del teleriscaldamento che ha sostituito moltissime caldaie a gasolio e buona parte della restante popolazione usufruisce del metano come fonte fossile, quale spazio hanno i pellet o i “ciocchi” di abete????
    La Regione Piemonte fornisce poi il dato Ufficiale del totale emissioni di particolato, in relazione al tipo di sorgente: nel 2010 (a rete teleriscaldamento ancora non definitiva) l’82% delle emissioni di particolato è ascrivibile al traffico veicolare, mentre solo il 4,2% deriva dal riscaldamento dei locali.
    Eppure, ve lo asssicuro, all’ombra della Mole non stiamo respirando aria di vìiolette in questi ultimi due mesi, nonostante la transizione effettuata sui sitemi di riscaldamento (Torino è la grande città europea con la rete più densa di teleriscaldamento).

    • Prima di criticare potrebbe essere d’aiuto leggere l’articolo. Non si è descritto il caso di una singola città, ma quello dell’Italia intera e della pianura padana in particolare. Inoltre ci sono tutti i link dei database ufficiali utilizzati per creare i grafici, le note esplicative e le pubblicazioni scientifiche citate.
      E no, non viviamo nella Taiga.
      http://www.lavocedeltempo.it/Torino-Piemonte/Emergenza-smog-la-risposta-di-Torino

    • I dati UFFICIALI del comune di Torino indicano un ottimistico 40% di volumetria edilizia servita dal teleriscaldamento.
      E ancora: i dati regionali devono essere “tarati”, tenendo conto della fittezza ( a volte scarsa …) della rete di misuratori e non vanno confusi con quelli “simulati”.
      Per correttezza, occorre riportare i dati effettivi. Forse deve aggiornare le sue fonti informative.

  5. Quale è il contributo degli inceneritori (a Torino il Gerbido brucia più di 1000 t/giorno) alla produzione di PM 2,5 ?

    • Le PM2,5 non possono essere efficacemente filtrate neppure dalle BAT (migliori tecnologie disponibili). Quindi ad occhio e croce direi che è un contributo localmente importante. Ma prima di sbilanciarsi sarebbe bene leggere un rapporto ambientale dell’azienda che lo gestisce, di solito queste informazioni sono pubbliche. Probabilmente si troverà indicato il PTS (Particolato Totale Sospeso).

  6. Molto interessante, Dario. Credo però che per valutare appieno l’impatto ambientale del pellet bisognerebbe capire quanto l’introduzione di questo combustibile ha fornito un apporto positivo in termini di maggiore efficienza energetica rispetto ai sistemi precedentemente usati. Per la mia esperienza, spesso le stufe a pellet hanno sostituito i camini a legna (specie nelle campagne), che ovviamente erano molto peggio in termini di efficienza, e forse (?) anche in termini di particolato. Osservo inoltre che i blocchi del traffico, seppure poco efficaci per le ragioni che hai spiegato, sono però utilissimi ad abituare la gente all’uso dei mezzi pubblici, delle due ruote e delle proprie gambe.

    • Pensavo anch’io che nuove tecnologie a biomasse avessero sostituito altre più vecchie (es. camini o vecchie stufe economiche) e soprattutto nelle zone di montagna sarà così. Ma i dati ci dicono che calano i combustibili liquidi (GPL e gasolio) e aumentano le biomasse, quindi, probabilmente nelle zone che non sono raggiunte dal metano, c’è questo fenomeno, che probabilmente addirittura in qualche caso abbassa l’efficienza (con il GPL ha si ottengono buone efficienze). Inoltre è palese il feonomeno della sostituzione del metano con le biomasse, specie pellet, con la stufa che viene aggiunta in abitazioni già servite da un impianto autonomo a metano.
      Le motivazioni, secondo un sondaggio del 2007, sono due: il risparmio e il “calore” che crea nell’atmosfera di casa.

      • “è palese il feonomeno della sostituzione del metano con le biomasse, specie pellet, con la stufa che viene aggiunta in abitazioni già servite da un impianto autonomo a metano”

        Davvero? Ma palese dove, nelle frazioni? Perché nel cuore delle grandi città (si citavano Roma e Milano come esempi anche per quei dati) mi fa strano.

        Forse nei condomini o in generale nei quartieri residenziali si stanno installando stufe a pellet? Credevo fosse un fenomeno legato piuttosto alle abitazioni legate ai luoghi di villeggiatura o comunque non connesse ai grandi centri urbani.
        Questa notizia l’hai ricavata da dove?

      • @ CimPY
        Lo dice l’unico sondaggio serio fatto nel 2006 prima di quello dell’ISTAT del 2014.
        http://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00004100/4156-stima-dei-consumi-di-legna-da-ardere.pdf
        A pag 45 (all’epoca si parlava ancora di legna) si osserva che nei centri c’è un consumo importante. Con la diffusione dei pellet, più pratici e meno inquinanti, il fenomeno è aumentato.

      • Lo leggo con calma poi.
        Mi perplime il fatto xhe nelle metropoli ci siano stufe (anche a pellet) negli appartamenti.
        A me pare impossibile.
        Non sarà gente che l’ha comprata in città per farsela consegnare in campagna?

      • Vorrei far notare, dal punto di vista dell’efficienza energetica, che l’istallazione di stufe a pellet lascia spesso a desiderare.
        La stufa dovrebbe aspirare ari direttamente nella camera di combustione mentre, spesso, viene istallata segna questo accorgimento (per motivi estetici). Questo fa sì che l’aria necessaria alla combustione venga prelevata dall’ambiente esterno da fessure presenti nei serramenti oltre che dal foro di aerazione obbligatorio posto in prossimità della caldaia. Quel bel tepore intorno alla stufa si trasforma, di conseguenza, nel raffreddamento di altri punti della casa, cosa che richiede, di conseguenza, l’aumento di consumo di gas (o quant’altro) per rendere abitabile tutta la casa. Peggiorando così il bilancio energetico.

      • “Quel bel tepore intorno alla stufa si trasforma, di conseguenza, nel raffreddamento di altri punti della casa”

        Qualcosa mi sfugge: se accendo un caminetto vecchio stile nella sala da pranzo di una casa di montagna, raffreddo le camere da letto?

      • L’aria che esce dalla canna fumaria da qualche parte deve entrare. Nei camini che non sono “stagni” si sfrutta l’aria ambiente, per cui serve (per norma di legge) un foro di areazione di dimensioni adeguate per pescare l’aria dall’esterno. In caso contrario il camino potrebbe non tirare e in casi limite, potrebbe produrre il pericolosissimo e mortale monossido di carbonio (incolore e inodore).

  7. Parlare di auto teoriche è molto diverso dal discutere di automobili reali. In apertura vengono citate le norme “euro 1”, “euro 5”; una vettura nuova inquinerebbe meno di una antica, per rispettare questi standard. Che è sicuramente vero quando l’auto esce dal concessionario, ma poi il tempo disgraziatamente passa. E le prestazioni si degradano; anche le emissioni inquinanti aumentano. Avrete visto avviare ogni tanto una vettura diesel “euro qualcosa” con 100.000 km all’attivo: quella nube nera deriva dai segmenti usurati. I catalizzatori si deteriorano anch’essi. Il gigantesco e vetusto parco circolante italiano qualcosa di poco buono lo fa sicuramente.

    Questo non toglie ovviamente nulla alla gravità del problema sollevato nell’articolo. Sono nato e cresciuto in mezzo a falò di legna e robaccia, e non posso mostrare indulgenza nei confronti dei patiti dei fiammiferi; non mi meraviglia più di tanto che possano fornire anch’essi un contributo importante all’inquinamento. Se proprio devo immaginare un impiego del legno, è semmai come isolante.

  8. Come mai pero’ si obbligano le caldaie a metano ad essere sottoposte a verifica biennale dei fumi e le stufe a pellet , anche comprate ai brico e montate da se, no ; e non si vuole mettere il libretto di impianto agli impianti a biomassa , e di prova fumi lasciamo perdere…. solo perche’ (usando l’eufemismo) che sono rinnovabili non si controllano ?!

  9. Ma gli inceneritori, “termovalorizzatori”, quanto contribuiscono a questo fenomeno? E certe fabbriche? I controlli a loro chi li fa?

    • Gli inceneritori, al PM2,5 emesso su scala nazionale, danno un contributo minimo. Su scala locale invece il discorso è commpletamente diverso, specie in inverno con condizioni di inversione termica che schiaccia gli inquinanti al suolo e in assenza di vento. Il discorso diventa più complicato considerando TUTTE le altre tipologie di inquinanti (IPA, PCB, Diossine, Metalli, ossidi ecc…) e se si entra a fondo delle dinamiche dei limiti alle loro emissioni e ai controlli eseguiti dalle ARPA che sono svolti su periodi variabili normalmente tra due settimane e due mesi. FOrse farò un post a parte.
      Inoltre c’è il problema di quanta energia effettivamente recuperano.
      https://aspoitalia.wordpress.com/2015/09/13/lefficienza-nel-bruciare-i-rifiuti/

  10. Buongiorno,
    avendo scelto di riscaldare la mia casa solo con la legna proprio per motivi di sostenibilità, mi permetto di dissentire veementemente. Spero di riuscire a spiegarmi bene per punti.
    – quando si fanno analisi ambientali, non si possono fare a compartimenti stagni. Non metto in dubbio che la legna sia “più inquinante”, mentre brucia, delle alternative, ma non si può considerare solo la combustione. Vivo in montagna e la legna che uso viene dai boschi attorno a me. Ha richiesto combustibili fossili per essere tagliata e trasportata, certo, ma in quantità ridotta. Molta dell’energia che serve per avere legna da bruciare è muscolare. Il metano e il GPL qui sono estremamente costosi, e credo che questo rifletta anche un maggiore impatto ambientale: devono essere estratti in paesi lontanissimi, lavorati, trasportati con infrastrutture ad alto impatto ambientale, e in alcuni casi imballati in bombole che vanno a loro volta prodotte, trasportate e prima o poi smaltite. Perché questo articolo non considera tutte queste cose? Una raffineria non inquina? Un gasdotto non ha impatti ambientali? E le strade su cui viaggiano questi combustibili?
    – forse ancora più importante: la legna è una risorsa rinnovabile, e le alternative no, almeno per ora. Mi stupisco che proprio questo blog non sembri prestare la minima attenzione a questo fatto. Se brucio combustili fossili, sto di fatto bruciando milioni di anni di biomasse; quindi metto in circolazione inquinanti che fino ad ora restavano sepolti (mi scuso per il linguaggio poco tecnico, non sono una scienziata). Con la legna, invece, brucio biomasse che altrimenti prima o poi probabilmente si sarebbero decomposte (con relative emissioni?) o forse sarebbero bruciate comunque, e quello che brucio viene rimesso in circolo nei boschi circostanti, da cui fra qualche decennio verrà di nuovo prelevato.
    – c’è un limite a quanta legna si può bruciare. Mentre, per l’appunto, i combustibili fossili possono teoricamente (anche se non in pratica) essere bruciati tutti, ben al di là di quanto sarebbe sostenibile, quando si è bruciata troppa legna non ci sono più alberi, e questo avviene non in tempi geologici ma umani. La legna è molto più responsabilizzante e le conseguenze di un abuso più localmente e immediatamente visibili.
    Il problema, semmai, sono gli eccessi: le temperature troppo alte a cui siamo abituati in ambienti interni, le case sovradimensionate rispetto alle esigenze, soprattutto nelle zone fredde, la sovrappopolazione del nostro paese, e l’eccessiva concentrazione umana in aree urbane affollate e con poco verde. Dare la colpa alla legna, quando la colpa è dello stile di vita e della sovrappopolazione, mi sembra del tutto pretestuoso, anche se apparentemente i dati ci danno ragione. Ma i dati andrebbero contestualizzati.

    • Apprezzo il ragionamento, ma in parte è fuori luogo.

      Come è scritto, un breve articolo non è una monografia e si può occupare solo di uno o due aspetti in modo esauriente. In particolare non è un’analisi LCA di un impianto posto in una situazione particolare, magari anche particolarmente favorita. Si usano dati aggregati e si parla di una tipologia di inquinamento particolare, le PM2,5. Quindi qui nessuno da “la colpa” alla legna. Ci si limita a registrare un fenomeno, peraltro con tutti i se e i ma del caso. Se ci sono altri dati di cui non abbiamo tenuto conto, li visioniamo volentieri.

      Detto questo, non si può “pesare” una fonte energetica valutandone solo un aspetto, come l’inquinamento. Ce ne sono da valutare molti altri. Sulla sostenibilità della legna e dei pellet ci sarebbe molto da dire. Per chiudere con una battuta: l’uso della legna PUO’ essere PIU’ sostenibile rispetto a quello di altre fonti di energia, inquinamento a parte. Prima o poi mi deciderò a scrivere un post in proposito. Ce l’ho fermo da più di un anno.

      • Mi permetto un commento da ignorante: come dice il dottor Faccini, la posizione e la logistica associata possono essere determinanti nella valutazione di una LCA, un’area rurale é differente da una metropolitana. Inoltre resta la difficoltà di pesare, in un ragionamento solo energetico le patologie e le morti associate agli inquinanti e qui il PM2,5 é forse il più pericoloso potendo contare sia danni cronici (neoplasie) che fenomeni cardiovascolari acuti potenzialmente mortali. Si rischia di dargli un valore assoluto o non riuscire a dargliene affatto (quanto vale una morte?). Mi permetto di citare a memoria 2-3 cose che lessi sul pellet: una cosa é usare biomassa locale in eccesso, una cosa importare pellet dagli States col rischio di andare a pesare su aree di foresta umida, che dovrebbero essere esentate ma in parte, forse, non é cosi. Con questo non ho certo la capacità di inferire una LCA ma scegliere una strada per partito preso ed assolutizzarlo a priori non credo sia il modo giusto di opetare delle scelte. Grazie anora dottore.

    • Ma soprattutto, una cosa è la casa in montagna, un’altra quella di città.
      Non è che si può dare la colpa al tuo caminetto a legna se a Roma o a Milano o a Torino i valori del PM sforano.

      • Beh, se a Milano lo studio citato nell’articolo ha individuato oltre il 30% di contributo da biomasse penso proprio che una responsabilità ce le abbiano. La pianura padana è poi una grande vallata chiusa e le polveri fini, in quano tali, non cadono a terra…

      • Le vere biomasse usate nelle metropoli sono quelle dei termovalorizzatori. Non conosco condomini a Roma o a Milano dotati di stufe a pellet o camini.
        Lei sì?

      • Non abito a Milano e vi ho pochi conoscenti. Ma se vuole chiamare qualcuno che conosce molti utilizzatori di legna e pellet, la posso aiutare così:
        http://www.paginegialle.it/ricerca/pellet/milano

      • Mi prrmetto di insistere: che in una città ci sia chi vende anche sci o slitte o tende da campeggio e chi le compera non vuol dire che poi di tali attrezzature si faccia uso nei condomini.

        Invece dei rivenditori, trovi gli acquirenti che non ne abbiano acquistate per seconde case in montagna, in campagna o al mare.

      • Splendido. Un Troll. Era un sacco di tempo che non ne avevamo uno in questo blog. Me na aspettavo diversi per questo articolo e avevo la guardia alta, ma lei è bravo… Ne fa un mestiere? Lo fa per diletto? Dia retta a me, se non la paga nessuno sbaglia. Usi questo mio commento come lettera di referenza e si venda bene. E’ dotato. Il suo tira e molla nel fare le domande palesemente sbagliate rispetto a quanto dimostrato nell’articolo e ogni tanto nel fare concessioni è ben dosato. Se non avessimo una lunga esperienza in ASPO Italia con questo genere di tecniche, mi avrebbe fregato. Quindi non si abbatta troppo. Ha fregato un bravo per un pò, è un bel risultato. Sono moderatore, so quello che dico.

      • E due.
        Troll a chi?

      • A proposito (detto tra di noi) è il numero dei commenti che alla fine l’ha fregato. Purtroppo non saprei darle dei consigli su come migliorare la sua tecnica, forse interagendo di più con i commentatori esterni rispetto al suo antagonista diretto? Secondo me vale la pena di provare (da un’altra parte eh…).

      • Brutta storia quando l’unico modo di rispondere è quello di dare del Troll a chi obietta – tra l’altro, cosa di preciso farebbe dei miei interventi un tentativo di fomentare gli animi e far litigare gli astanti? O per te un troll è chi non accetta le tue tesi entro due sentenze tue? Ma non che più di tanto intenda seguirti – di norma discuto solo con due tipi di gente: quella seria da un lato e i fuffari dall’altro. Tu non sei né carne né pesce, quindi saluti, per ora.

      • Cosa fanno i Troll? Suvvia è risaputo: fanno perdere tempo, che per chi è indipendente e svolge lavoro volontario è la risorsa più scarsa.
        E niente vittimismi per favore. Ho risposto già ad un bel numero di sue domande(inutilmente viste quelle successive), quindi dovrebbe essere soddisfatto. Non l’ho neanche bannata. Insomma, più corretto di così…

      • A me sembra che la domanda sia ben pertinente. La vendita (o acquisto) non corrisponde necessariamente al consumo in loco.
        Da milanese non credo di aver mai visto una stufa a pellet in città… Molte in campagna ovviamente…

        Non esistono statistiche comunali e provinciali sul tipo di riscaldamento utilizzato?

      • Ecco bravo. Mettici qua il link, altrimenti qualche commentatore ci può perdere il sonno. Io non posso aiutare al momento, mi hanno dato da costruire un portale dimensionale e non c’è nessuno che mi dia una mano…

      • Basta transitarci, nelle metropoli, non servono sfere di cristallo.
        In particolare, in Milano ci sono quasi due milioni di residenti e un flusso migratorio quotidiano di pendolari del lavoro.
        La maggior parte della gente non vive in villette ma in condomini che in buona parte hanno il riscaldamento centralizzato oppure – dove ci siano caldaie casalinghe- vanno a metano.
        Legna, carbone e carbonella vengono usate da pizzaioli e panettieri (almeno quelli che hanno mantenuto il forno tradizionale), o al limite dai venditori di caldarroste, ed eventualmente da qualche abusivo che non è riuscito ad occupare una casa riscaldata e nemmeno a scroccare la corrente per accendere stufe elettriche.
        A Roma la situazione è simile, anche se il numero di case indipendenti è maggiore, ma è maggiore anche la superficie occupata e, soprattutto, il clima e la ventosità sono ben diverse, come pure è altrettanto famoso il suo raccordo anulare.
        Roma ha molte più sfaccettature e vi si trova di tutto, anche i forni a legna e le stufe a pellet, che tuttavia restano una esigua minoranza sul totale dei partecipanti all’inquinamento – che però fa (localmente) meno effetto grazie ai venti, almeno le volte che il raccordo scorre.

        Belli i numeri, ma non per inventarsi stufe dove non ci sono. Ribadisco comunque che a quei numeri credo, solo che la media padana va (e lo hai anche scritto) poi distribuita con un po’ di buonsenso e (questo ti manca) senza perdere il contatto con i dati di fatto: stufe poche, nelle grandi città.

  11. Vorrebbe dire che duecento anni fa,col riscaldamento affidato esclusivamente a legna e carbone,si era più inquinati di adesso????

    • E’ una bellissima domanda. Davvero. Volevo già rispondere in un post dedicato.
      Sarò breve: non voglio “bruciarmi” il post, quindi le chiedo di attendere qualche giorno. Prometto di uscire entro il 3 gennaio.

    • Duecento anni fa il carbone era praticamente sconosciuto in italia, la popolazione era circa un terzo dell’attuale e di certo si accontentava di temperature domestiche molto spartane. Rispetto a 200 anni fa il consumo pro capite di energia è aumentato di 7-8 volte, la popolazione di circa 3 volte, con questi numeri non esiste fonte energetica per quanto pulita che non inquini.

    • In Lombardia non credo, considerando lo stato industriale nei primi dell’Ottocento…
      Tuttavia a Londra sicuramente fra stufe e industrie a carbone in era Vittoriana l’inquinamento era molto molto molto più opprimente di oggi.

  12. Pingback: La colpa dell’inquinamento | Notiziole di .mau.

  13. Su questa ultima domanda di Giancarlo non ho dati precisi, ma tenderei a dire che sì, ci sono testimonianze che la Roma piena di Terme e forni che bruciava fascine di legna in quantità (http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Colonne%20d'Ercole/Inquinamento%20%20assillo%20anche%20per%20gli%20antichi_20120322.aspx?Rubrica=Colonne%20d%27Ercole) fosse inquinata assai, per non parlare della zona intorno a Populonia (oggi Golfo di Baratti http://www.turismo.intoscana.it/site/it/itinerario/Populonia-e-Baratti-il-ferro-degli-etruschi/) e l’isola d’Elba (detta ‘la fumosa’ nell’antichità, cf. http://www.treccani.it/enciclopedia/l-italia-preromana-i-siti-etruschi-elba_%28Il-Mondo-dell'Archeologia%29/), piene di camini per la metallurgia e di scorie non fossero luoghi così sani… penso si possa dire anche per Londra del 7-800 (la parola smog mi pare nasca proprio lì e allora) . interessante particolo. Grazie

  14. Napoli vara ora blocchi continuativi del traffico. Almeno da quelle parti gli impianti di riscaldamento non possono essere indicati come responsabili essenziali del problema – è un ambiente caratterizzato da un clima piuttosto diverso rispetto a quello dell’area padana.

    Il fatto che questa cappa di caligine tossica stia unendo l’intero territorio italiano mi fa sorgere qualche dubbio circa la dinamica del fenomeno.

    • Vincono le condizioni meteo, sempre. Perché in inversione termica e senza vento, i vari inquinanti non vengono dispersi e l’aria della città diventa un “grande laboratorio chimico” dove si forma particolato secondario a gogo.

      http://www.repubblica.it/politica/2015/12/30/news/stefano_caserini_veleni_schiacciati_al_suolo_uno_stop_non_fa_miracoli_-130362188/

      Comunque si, ci sono due fattori geografico-temporali che peggiorano di molto l’analisi che ho scritto:
      1) i dati aggregati di inquinamento del traffico si spalmano su tutto l’anno (più in estate in realtà)
      2) le biomasse sono usate più al nord che al sud.

      Questo rende il problema “inquinamento da biomasse” in Pianura Padana ben più grave di quanto detto.

      • Ma, per completezza, come sono andati vento e pioggia negli utimi 200 anni? Non è che magari, più che i caminetti o le stufe di montagna, olte al fatto di aver comunque moltiplicato i consumi di qualunque cosa si potesse bruciare (e non solo per scaldarsi), piove meno spesso o tira vento nella direzione sbagliata?

        Negli anni 40/70 era sicuramente peggio che negli anni di oggi, nelle grandi città, là dove c’erano fabbriche.
        Le grandi e piccole fabbriche però si sono spostate in periferia o direttamente in altri paesi,e questo di certo ha migliorato localmente la situazione molto più di ogni altra cosa.
        La Londra del carbone era la Londra che ne aveva fatto il bene primario della nazione. In pratica, vivevano di quello e di quello morivano.
        Direste che l’aria intorno a Roma era come quella di Londra in quegli anni? Non credo proprio.
        Che il carbone sia zozzissimo è un dato di fatto. Che l’inquinamento delle metropoli oggi dipenda da quello (o dalle stufe a pellet presenti nelle campagne) continua a sembrarmi inverosimile – come dire che l’aria delle campagne è più zozza di quella delle grandi città.

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  16. L’analisi sulle cause della presenza eccessiva delle polveri sottili PM2,5 nell’aria viene confermata anche da ARPA Veneto, anche per quello che riguarda le PM10, ed è principalmente dovuta alle emissioni residenziali più del traffico veicolare. Anche ARPA Lombardia attribuisce l’inquinamento degli impianti di riscaldamento principalmente a “piccoli apparecchi a legna”, ovvero a stufe a pellet e simili. Osservo però che il problema dell’inquinamento non si riduce solo alle polveri sottili, ma riguarda anche NOX, COV, NH3… per i quali il traffico veicolare risulta di gran lunga la più importante causa. Saranno aumentate un po’ anche le biomasse, ma è anche raddoppiato, forse di più, il numero di autoveicoli in giro per le strade. La conclusione che ne traggo è che:
    – vi sono più cause per l’inquinamento in pianura padana, ciascuna delle quali ha un’origine precisa, già individuata
    – la pioggia invocata fa precipitare le sostanze inquinanti che poi vanno a finire nei corsi d’acqua e quindi nel mare, non è una bella cosa, né ovviamente risolve il problema, però dopo che è piovuto, tutti si dimenticano della cosa; idem per il vento, che sposta solo il problema altrove
    – siamo tutti nello stesso catino, dove la mala aria si mescola e si sposta al primo refolo di vento, la situazione sostanzialmente non cambia da un Comune all’altro e neanche da una provincia all’altra; cambia, e migliora, solo per i bordi del catino, cioè per le zone montagnose
    – il problema non può essere lasciato alla competenza dei Sindaci dei singoli comuni. Secondo me serve, da tempo, una legge quadro sull’aria, sulla falsariga del Decreto Ronchi di 20 anni fa sui rifiuti, che modifichi le competenze d’intervento. Per chi guarda dallo spazio (e si mette a ridere… per non piangere) è evidente che la pianura padana è un unico grande catino, tra i più inquinati al mondo, dove la mala aria si mescola, creando situazioni di pericolo e di grave inquinamento ovunque. Ecco che allora, interventi isolati e scoordinati di qualche Sindaco, con qualche altro che fa cose diverse, e qualche altro che sta a guardare e aspetta indicazioni, qualche altro che pensa ad altro e non ritiene la cosa una priorità, non servono a superare il problema, anche perchè, qualche Sindaco guarderebbe più a non urtare la suscettibilità di molti cittadini, che pensano di risolvere le cose senza sacrifici. Quindi occorre un’autorità unica, un commissario interregionale, che gestisca tutta la situazione della pianura padana e disponga interventi unitari e se occorre anche in altre parti d’Italia. Mi riferisco ad esempio al trasporto pubblico e alla necessità d’incentivarlo con mezzi a trazione elettrica o a gas, alla percorribilità delle autostrade, all’aumento delle reti ciclabili in pianura, mi riferisco al blocco del traffico, ma anche al controllo degli impianti di riscaldamento e degli scarichi industriali, alla produzione di impianti di riscaldamento adeguati ad evitare o ridurre l’emissione di polveri, alla messa in commercio di autoveicoli non a benzina o a gasolio, ma elettrici o a metano o a GPL… perchè si continua a consentire la vendita di autoveicoli a benzina e gasolio? … e tante altre cose che si potrebbero fare… allora anche interventi limitati ad un singolo territorio per snellire il traffico e diminuire le code, o per incentivare forme di accesso alternativo e possibile, come il Piedibus, hanno un senso se inserite in un contesto generale di consapevolezza… altrimenti sono tutti piccoli palliativi scoordinati, criticati da coloro ai quali, per qualche motivo, non gli vanno bene… se non strumentalizzati politicamente da chi ha interesse solo a gettare discredito… serve consapevolezza da parte di chi ci governa (e non solo dell’ultimo Governo, ma anche quelli prima hanno le loro responsabilità, perchè non hanno fatto nulla… Letta, Monti, Berlusconi e Lega, Prodi, Berlusconi e Lega ancora…) e anche collaborazione da parte dei cittadini, e servono soldi da investire… Buon anno!

  17. Trovo l’articolo molto buono ed anche molte risposte adeguate. L’unica cosa è che è un po’ limitato per un settore dell’inquinamento atmosferico, In particolare invernale, che dovrebbe essere preso in considerazione a largo spettro, anche stagionalmente parlando. Inoltre, per quanto riguarda il settore dell’inquinamento atmosferico da residenza, l’articolo ha indotto alcuni ad indicare delle leggi come il decreto Ronchi atte a VIETARE, mentre per me si dovrebbe andare verso leggi con l’indicazione di provvedimenti che dovrebbero riguardare precise e SERIE norme di edificazione. E, per gli edifici più vecchi, indicazione di norme di SERIA ristrutturazione energetica. La soluzione per incidere SERIAMENTE su un atmosfera in cui non piove da 60 giorni e con il fenomeno dell’inversione termica è diminuire tutte le fonti di inquinamento. E la cosa migliore è utilizzare queste fonti il meno possibile. E nel settore dell’inquinamento residenziale l’articolo dimostra che, d’inverno, nella quota particolato, l’inquinamento da Biomasse, cioè da energie rinnovabili male usate e soprattutto male controllate, è elevatissima.

    • Scusa Giancarlo Capobianco, ma il Decreto Ronchi non è una legge atta a VIETARE, è una legge quadro che stabilisce le modalità migliori per trattare nella sua complessità il problema dei rifiuti, del loro smaltimento e/o recupero…

    • Concordo. Il principio è sempre quello: prima l’efficienza, poi il risparmio (la sobrietà non fa male), poi la copertura dei fabbisogni.

  18. Pingback: Inquinamento: il colpevole nascosto. | La mia Casa Elettrica

  19. Interessante, l’articolo però non spiega bene come mai questa impennata di consumi da biomasse, sarebbe interessante aggiungere al grafico anche l’evoluzione del prezzo della bolletta del metano e i costi accessori (non il solo metano eh) sicuramente tutto in salita, la coperta e’ corta e conosco molta gente che ha abbandonato il riscaldamento a metano perché troppo caro…

    • Come qualcun alto ha fatto qui notare, per risparmiare(oltre agli interventi di efficienza) basta un maglione e calze pesanti. Un mio amico ad esempio sta bene con 18°, meglio se 16°. Ogni grado in meno è il 6% di risparmio.

  20. E’ troppo lungo fare qui una critica del decreto Ronchi, per cui dico che non sono d’accordo a fare semplicemente delle norme che stabiliscano dei limiti che poi nessuno verifica o di difficile verifica o degli obiettivi che solo in pochi raggiungono in decenni.. Sono più favorevole a fare norme a favore della non dissipazione del calore nelle residenze che sono quelle che concernono l’edificazione e la ristrutturazione. Solo cambiando le nostre case risparmieremo molto di più. Un altra cosa importante è quella di incidere sulla leva fiscale. Quindi da una parte detassare costruzioni a norma di forte coibentazione e ristrutturazioni adeguate. Su queste tecnologie l’italia non è seconda a nessuno. Dall’altra aumentare le tasse su i combustibili più inquinanti e diminuirle da quelli meno inquinanti (più di ora). Ambedue queste indicazioni agiscono sui soldi dei cittadini e quindi dovrebbero essere seguite senza controlli sul principio di chi inquina di più, paga di più. E dal punto di vista normativo, mi sembra pure più facile farlo.

    • Ogni legge è migliorabile. Intendevo dire che il Decreto Ronchi è stata la prima legge quadro che ha cercato (nel complesso riuscendovi anche abbastanza bene) di dare risposte serie alla problematica dei rifiuti, comprendendo, come in tutte le leggi, indirizzi da seguire, che tu chiami divieti, ma è così in tutte le leggi… se si deve fare una cosa, non si può fare l’opposto. Per il resto, sulle altre cose che hai scritto, sono d’accordo con te. Se venisse individuato un unico commissario per la pianura padana e per le città principali, e solo leggesse questo articolo e la maggior parte dei commenti, avrebbe di che lavorar bene.

  21. Alla fine la colpa e della legna da ardere !! Ma devo ridere ho mandarti a fanculo!!

    • Potresti iniziare formulando le domande in italiano corretto e senza insultare l’interlocutore. E potrebbe aiutare anche portare argomentazioni con riferimenti a dati ufficiali o a pubblicazioni scientifiche.

    • Sii educato – evita turpiloqui.

      Il trucco è qui:

      “Se l’inquinamento prodotto dalle auto è in calo da vent’anni”

      Se parliamo di metropoli, forse non è esattamente vero: 20 anni fa non c’era la massa di veicoli che ci sono adesso, e non tutti adesso hanno un’eruo 5 o una ibrida o un’elettrica.

      Poi ci sono senz’altro caldaie condominiali a gasolio (per quanto dove arriva molte saranno a metano), discariche e termovalorizzatori.

      Le fabbriche sono uscite dalle grandi città (quindi localmente sembra di respirare meglio) ma non tutte si sono trasferite in Romania o in Cina: una bella fetta è presente nei dintorni, e di sicuro inquina ben più dei caminetti (che, insisto, nelle grandi città sono un’eccezione, non la regola).

      Inoltre, rispetto a 20 anni fa le misure sono più precise e le regole più stringenti, mentre tutto l’inquinamento prodotto anche 20 anni fa non si è disciolto magicamente…

      Insomma, sporcare sporchiamo – magari anche meno intensamente di quando si faceva chimica o acciaieria dentro ai confini delle metropoli (o si sversava allegramente nei fiumi) – ma non è che stiamo ripulendo granché, quindi perché la situazione dovrebbe migliorare?

      Ma dire che il grosso lo fanno le stufe a pellet (al Campidoglio??) fa ridere, come se uno sostenesse che è colpa dei fumatori se (per dire) a Fiumicino l’aria è pesante…

      • Le risposte si trovano già nell’articolo. Vedere la nota 3. Seguire i riferimenti. Aprire l’excel.

  22. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

  23. Dal dibattito in corso mi pare che il ruolo di pellet e legna sia incontrovertibile. Occorre tener conto altresì delle quantità dei consumi reali: 28 mln di t. di legna invece di 15 non sono una sciocchezza. Il taglio della legna, contrariamente a quanto si possa pensare, non è a saldo zero di emissioni di CO2, occorrono circa 2,5 anni perchè il bosco ceduato ritorni a catturare la stessa quantità di anidride carbonica di prima.Non solo l’autoconsumo evita l’iva, lo fa anche la gran parte della legna che va in pianura, in val Padana. Un commercio ed un taglio che si prestano ad infiltrane mafiosa e che non costruiscono economia nemmeno in montagna. Contrariamente a quanto si possa pensare, del denaro in nero che si ricava dal taglio la gran parte va ai grossisti che la smerciano in pianura, ai lavoranti dell’est europa che non li spendono in montagna e alle industrie di trattori necessari al trasporto soggetti ad incentivi governativi del 60%.
    Ma gli inquinanti da biomasse nella pianura Padana non sono dovuti solo a stufe a legna,caminetti e stufe a pellet. Ci sono circa 1500 centrali a biogas attorno al Mw/h di potenza che biodigestano circa 15 mln di t. di biomasse, la gran parte da coltivazioni dedicate e che dai loro cogeneratori producono emissioni dell’ordine dei 40 mln di Nm3 ciascuna. Qualcuno si chiedeva se c’è ancora l’industria.No, non è sparita e ad essa si è aggiunta quella delle biomasse per produrre elettricità. Dove, come per le stufe a pellet, vige solo l’autocertificazione. Pensate voi che pacchia e ….disastri.
    Da non dimenticare le centrali a cippato sotto il Mw/h, dotate solo di multiciclone per le ceneri volanti, senza alcun filtro emissivo. La Regione Toscana intende dotarsi di 70 Mw/h di potenza per produrre elettricità, tagliando 700.000 t. di legna ogni anno. Altrettanto la Regione EmiliaRomagna. In Trentino-AltoAdige ce ne sono per 150 Mw/h di potenza installata e con le emissioni di benzopirene tra i valori di 1ng/Nm3 e 3-4 ng/Nm3 ( il limite massimo consentito è di 1 ng).
    Non dimentichiamo i cogeneratori a colza e grasso animale.
    Se per fonti rinnovabili dobbiamo intendere la combustione di biomasse siamo dei pazzi. Ma il governo, sotto la spinta della lobby dei combustori, fa proprio questo.

    • Sul fatto che bruciare biomasse non sia precisamente salutare, non discuto. Ma insisto che solo i voli quitidiani tra Roma e Milano fanno molto peggio di tutte le stufe presenti lungo la stessa tratta, come pure i mezzi sulle strade che collegano le due.

      Poi si può anche pretendere che le stufe siano regolamentate, ma dar la colpa a quelle dell’inquinamento in padania sa proprio di bufala. Anche l’accenno al “Governo che rema contro il bene comune” non fa che rafforzare questa ipotesi.

      • Certo. In fin dei conti cosa vuoi che ne sappiano gli esperti dell’ISPRA, quelli dell’EEA o dei ricercatori di ben 4 università? Avranno sicuramento falsato i dati, pagati da qualche multinazionale pluto-masson-sciachimista, in cambio di un nuovo microscopio ai quark gravitazionali (sono introvabili)
        E’ sicuramente un complotto! Bravo CimPy!
        (e qui, si coglieva l’ironia? Accidenti, trollare è un’attività così… contagiosa, che mi son fatto trascinare. Ma ora io smetto. Promesso. Forse.)

      • avranno inventato i dati

        Ma anche no – basta presentarli come si deve, non serve inventari.
        E, per inciso, non sono quelli come me a credere (o voler far credere) ai complotti – nello specifico, di norma prediligo spiegazioni a base di pochi furbetti che diffondono informaziini speciose per interesse personale – ma in altri settori, come quello delle auto ad acqua, della fusione fredda, dei motori magnetici, dell’eolico d’alta quota [come venduto da tal Ippolito] e altre amenità simili.

        Qui non ci vedo nessun interesse particolare, resto solo davvero sorpreso se qualcuno mi dice che Milano o Roma sono pieni di stufe a pellet (già è diverso se mi dite “la pianura padana nel suo insieme”), o che la legna bruciata nel (per dire) 2013 a Marghera è la causa principale dell’aria pesante da quelle parti.

        Non ho guardato da vicino i dati proposti, vado sulla fiducia che siano corretti e anche raccolti bene. Resto lo stesso basito nello scoprire che bruciare legna come si potrebbe fare oggi nel nord Italia causi più inquinamento anche solo del trafgico aereo o delle discariche e termovalorizzatori.

        Non resta che dotare i caminetti di marmitte catalitiche (non siete qui a rivendere tubi Tucker, no? Quindi non è detto che mi interessi più di tanto approfondire).

        Ps
        Troll lo dici a qualcun altro – del troll me lo danno solo i seguaci della Fusione Fredda, in particolare i veri troll di quel gruppo.
        Non sei un FuF, vero?

  24. Sono un operatore del settore legna e pellet, ed ho letto con molto interesse il suo articolo. Penso però che non sia stato valutato l’impatto positivo che la biomassa ma in particolare il pellet ha in termini di emissione di CO e quindi del famoso “buco dell’Ozono” causa dell’aumento di temperatura del pianeta, scioglimento dei ghiacciai, aumento del livello del mare, ecc. Mi sembra importante ciò. Mi corregga se sto sbagliando.

    • Intendeva forse dire “riscadalmento climatico” o “cambiamenti climatici”?
      Forse tratterò il tema in un altro post.
      Intanto può leggere la risposta che ho dato ad un altro commento:
      https://aspoitalia.wordpress.com/2015/12/30/inquinamento-il-colpevole-nascosto/#comment-955

    • Solo per la parte chimica, in quanto mi occupo di quello.
      In termini di monossido, il bilancio per le biomasse è sfavorevole rispetto a GPL e metano (l’ossidazione del combustibile non è esauriente e si genera maggiore CO in luogo di CO2). In termini di anidride carbonica (CO2) il bilancio dell’uso delle biomasse sarebbe neutro (tanta CO2 assorbita dal vegetale tanta ne viene riemessa con la combustione), a meno del conteggio delle esternalità (uso di combustibili fossili per abbattimento, trasporto, cippatura e/o pellettizzazione, essiccazione, etc) e del fatto che bruciando biomassa la CO2 fissata in decenni di attività fotosintetica la si libera tutta in una volta e in un solo punto (sorgente). Il buco dell’ozono (o meglio, assottigliamento dello strato di ozono) era correlato all’immissione in stratosfera (nota che parlando di inquinanti da riscaldamento residenziale invece tutto il discorso è a livello troposferico) di altri gas che non sono quelli serra come la CO2 (il cui effetto è tutt’altro), ma ad es i famosi: CFCs, gas halon, HCFCs, etc (in sostanza per la più parte si trattava di fluidi refrigeranti e solventi industriali). In ultimo, l’assottigliamento dello strato di ozono era (dico era perché è un problema che parrebbe in remissione, finalmente) pericoloso non per un aumento della temperatura terrestre, ma per il fatto che in presenza di meno ozono giungerebbe al suolo una maggior quantità di radiazioni UV (regione B in particolare) dannose per gli esseri viventi.

    • La speculazione e la disinformazione sui temi dell’energia e dell’ambiente portano a questo: qualunque elemento porterebbe ai supposti “Cambiamenti Climatici”. Ed il morbillo no ??? Certo è forse arrivato il momento di fare corretta informazione e divulgazione su questi temi, per evitare di continuare a penalizzarci da soli.
      Grazie a Dario Faccini per questo egregio lavoro.

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  26. se il metano o il gpl non fossero appesantiti da accise e altre amenità varie facendo aumentare di molto il prezzo finale (stessa solfa per benzina o gasolio per l’auto e poi ci si meraviglia se regaliamo alla slovenia milioni di euro di rifornimenti carburante in un anno!) ,sicuramente non metteremo più nelle nostre case stufe a pellet o a legna, spolert etc. cercando in questo modo di limitare le spese! se le macchine elettriche avessero un prezzo accessibile le avremmo tutti! è facile fare filosofia quando si hanno stipendi o lavori ben retribuiti……poi per vchi vive in campagna è da stupidi non usare la legna cosi abbondante e molto piu sostenibile degli altri combustibili! cercate di non dire troppe fregnacce! perchè non aprite gli occhi e andate anche a vedere quante palazzi, case, etc eg a milano, sono senza doppi vetri e perdano calore da ogniuparte invece di dar colpe alle stufe a pellet?

  27. Articolo molto interessante, grazie.
    Attenzione al refuso proprio all’ultima riga: “Che inizi”, non “che inizia”

  28. Come per tanti altri argomenti, si fatica a capire dove veramente sia la verità. Certo è che dare incentivi per installare caldaie termiche a pellet e poi lamentarsi se inquinano, vien da ridere. Viene da ridere (o meglio da piangere) vedendo le tasse che gravano sul metano e che fanno in modo che si debba cercare un’alternativa. Riscaldare una casa con il pellet costa quasi la metà del metano e con l’incentivazione, in poco tempo rientri dell’investimento. Perché questo è il problema. Alla gente interessa sì la salute, ma deve anche fare i conti con i bilanci familiari che si assottigliano sempre più. Si TOLGANO tasse sul Gas metano e si faccia in modo che a fine anno riscaldare una casa a pellet o a metano risulti uguale come spesa e allora si vedrà che il pellet verrà abbandonato a favore del metano per la facilità d’uso di quest’ultimo.

  29. Qualcuno non ricorda o finge di non ricordare che l’attuale governo circa un anno fa, in tempi non sospetti, ha aumentato l’IVA sul pellet dal 10 al 22%.
    Ovviamente c’è stato l’ennesimo “straccio delle vesti”
    Ma soprattutto è falso dire che la situazione dell’aria non sia migliorata. Negli ultimi decenni la situazione è migliorata eccome e la dimostrazione, paradossalmente, ce l’abbiamo proprio sotto gli occhi: mentre 10 anni fa bastava una settimana di anticiclone per far schizzare i valori delle polveri a livelli insostenibili adesso ci vuole un mese di persistenza.
    La vera causa è proprio questa: l’anomalia meteorologica. Trasponendo il discorso all’emergenza delle piogge intense: non possiamo dire che non abbiamo fatto risultati quando abbiamo inondazioni se arriva l’uragano Katrina mentre prima li avevamo dopo un’ora di un qualsiasi acquazzone.

  30. Andrebbe però anche considerato che sui cambiamenti climatici influisce più la CO2 che il PM2,5 ….e che i nostri problemi derivano più dall’assenza di pioggia per lunghi periodi che altro. In questa ottica sicuramente le biomasse sono meno inquinanti, sostanzialmente sono a saldo zero di CO2.
    Come spesso bisogna vedere se si ragiona nel breve o nel lungo termine.

  31. Come dicevo sopra, le cause dell’inquinamento sono tante e diverse, così come diversi sono gli agenti inquinanti, non ci sono solo le PM. Questo articolo ha il pregio di segnalare un aspetto (quello delle “piccole biomasse domestiche”) che magari non era mai stato sufficientemente evidenziato riguardo le PM2,5 e PM10; ed ora evidenziato con dati scientifici di organismi super partes (poi se uno non vuol crederci, pazienza). La cosa più importante però rimane quella di far qualcosa, e non di far qualcosa in modo scoordinato e localistico, ma che vengano prese decisioni da un unico organismo, che il più possibile tenga conto di tutti gli aspetti, che anche qui vengono evidenziati, e che le decisioni valgano per tutta la pianura padana, Roma e Napoli.

  32. Il sospetto è legittimo visti i dati. Si tralascia però un fattore non trascurabile nelle grandi città: il 90% delle persone vive in CONDOMINI, privi della possibilità di realizzare canne fumarie per pellet e ancor di più per la legna. Se escludiamo chi vive all’ultimo piano, ed ha la possibilità di realizzare un impianto di evacuazione fumi diretto sul tetto, la realizzazione di una canna fumaria per i 9/10 dei condomini è quantomeno difficoltosa. La maggior parte dei condomini dagli anni 50′ in poi non hanno canna fumaria individuali, dunque se escludiamo chi abita in mansarda o all’ultimo piano, diventa impossibile installare caminetti a legna. Installare una canna fumaria per stufe a legna, abitando in condominio, prevede la richiesta del permesso al condominio ed ha un costo superiore a 1000 euro. Come pure dato statistico, indicativo della realtà che mi circonda nel mio angolo di strada a Torino, sui tetti di canne fumarie per legna (a parte la mia) ne conto 2. Su un totale di almeno 30 condomini con una media di 6 piani. Quindi 3 famiglie su 200 utilizzano la legna come fonte di riscaldamento. Il nostro condominio fine anni ’90 è provvisto di caldaie termiche individuali, con una resa termica non superiore al 80%. Io l’ho sostituita con una a condensazione che ha una resa del 118% e recupero termico sull’acqua di casa. Forse i primi provvedimenti andrebbero fatti in questa direzione.

  33. Per tutti: visto che sono state tirati in ballo gli altri inquinanti(Nox, ox, NMVOC…) e gli altri settori inquinanti (industrie, inceneritori, generazione elttrica) che esulavano da questo articolo, ne ho scritto un altro apposito:

    https://aspoitalia.wordpress.com/2016/01/04/inquinamento-tutti-i-banditi-e-i-mandanti/

    • Non ti scordare, nel prossimo post, di farci sapere (anche indicativamente) quante sono le stufe a pellet nelle mrtropoli con più di un milione di abitanti.

      Metti che venga fuori che meno di tremila / quattromila persone causano un terzo dell’inquinamento in tali città , si potrebbero prevedere incentivi davvero mirati per farle desistere.
      Non si risolverebbero i problemi di un’intera Regione, ma come minimo ti darebbero le chiavi di un paio di città.

      • http://www.qualenergia.it/sites/default/files/articolo-doc/Consumi%20energetici%20delle%20famiglie%20-%2015-dic-2014%20-%20Testo%20integrale%282%29.pdf

        E le polveri sottili, in quanto tali, non cadono a terra e vengono portate su lunghissime distanze. Quindi anche questa domanda, è senza senso.

      • “E le polveri sottili, in quanto tali, hanno una certa tendenza a viaggiare”

        prima mi hai linkato un lavoro di un ingegnere che duceva che le stufe a pellet erano difuse nei comuni sotto i 30 mila abitanti (almeno fino al 2006/2008).
        Adesso mi mostri un lavoro che, come misura di maggior dettaglio, parla delka Lombardia, e aggiungi che le polveri sotyili viaggiano.

        Ptoviamo a vedere se non ci siamo capiti (anche solo per colpa mia che sono duro di comprendonio):
        D’inverno, scrivi nel post, a causa del riscaldamento necessario e delle condizioni climatiche, l’aria resta più sporca.
        Cioè: si inqiuna di più e c’è meno abbattimento (anche) delle polveri sottili.
        Ci sta.
        Dici che tale inquinamento in Lombardia è causato anche dalle stufe a pellet e dai forni a legna.
        Ci sta.
        Poi passi a Milano. Dici che a Milano il consumo di biomasse (fino a poco prima indicate come ciò che brucia nelle stufe a pellet e nei caminetti) incide per 1/3.
        Ci sta solo se aggiungi che non sono stufe a pellet e caminetti che bruciano a Milano: ci devi mettere anche una discreta porzione di periferia.
        Ma se ci metti una discreta pirzione di periferia, allora per insistere con le stufe a pellet devi considerare anche tutto quello che in periferia sta, termovalorizzatori, discatrche e aeroporti compresi. Poi dovresti anche dimostrare che Milano di suo avrebbe un’aria parecchio più pulita – entrano le polveti sottili da pellet dalla periferia? E allora nelle periferie ce ne sarebbe meno di quella prodotta. È così?
        Se non è così (anche di poco, intendo) i conti non mi tornano: o mi dimostri che Milano è piena di stufe, e l’aria non si muove, o mi dici che l’aria si muove e allora le biomasse possono non essere quelle bruciate nella città – come pareva trasparire dal post-, ma anche che (per dire) a Linate o in posti come Colleferro l’aria è un po’ meno (anche di poco) pesante di quel che dovrebbe essere (e forse l’hai anche già fatto -intendiamoci: non contesto né l’inquinamento né la sua origine multifattoriale e aggravata -a livello di regioni- da legna e pellet. Contesto che in alcuni luoghi si usi legna o pellet in misura significativamente determinante – e quindi che 1/3 a Milano o Roma per il pellet vada supportato un po’ meglio, perché così è ven poco credibile.
        Per inciso, sarebbe esattamente questo che mi infastisce: a Roma e a Milano e in tutte le grandi città stufe e caminetti sono pochini rispetto al totale degli impianti [a te dimostrare il contrario].
        Nel post sembra che tu dica “biomasse bruciate a Milano” – e infatti c’era chi ha provato a sostenere che Milano sarebbe piena di stufe mostrando quanti rivenditori si possono trovare – secondo te perché l’ha fatto, aveva capito che le stufe erano in provincia?)

        È così? O erano biomasse bruciate dentro i confini delle metropoli?

      • Questa è geniale. Riassumiamo. Ho usato dati aggregati su scala nazionale, specificando che localmente le cose possono essere molto diverse(ma leggerlo il post prima di criticarlo, no?). Poi ho riportato anche uno studio che ha analizzato i traccianti delle biomasse nel particolato e ne ha trovato 1/3 sul totale delle PM2,5 a Milano in inverno. Il fenomeno del pellet/legna è in aumento, per motivi economici ed estetici. Nelle abitazioni con impianto autonomo le stufe possono normalmente essere montate. Le polveri sottili viaggiano su lunghe distanze.
        Cos’è che devo ANCHE dimostrare secondo te? Che quel 1/3 di PM2,5 provenivano di più da pellet/legna bruciati dentro Milano piuttosto che da fuori? Certo, come no. Mi trasferisco un attimo nell’universo parallelo dove il PM2,5 prodotti da biomasse hanno il certificato di nascita che dice da quale camino sono usciti e mi metto a contarli uno per uno. Ce l’hai un portale dimensionale o mi devo costruire pure quello?

      • “Nelle abitazioni con impianto autonomo le stufe possono normalmente essere montate. Le polveri sottili viaggiano su lunghe distanze.
        Cos’è che devo ANCHE dimostrare secondo te?”

        I realtà niente. Devi solo chiarire meglio, se parli di biomasse e di grandi metropoli, che appunto tali biomasse non sono principalmente quelle bruciate in loco.
        Andrebbe tutto bene se non fosse che sembra che tu dica che una città come Milano è piena di stufe – e per giunta residenziali – scommetti che sono di più i forni dei panettieri?

        (E non serve un portale dimensionale per saperlo).

        Ti ripeto che non critico il dato in sé, specie a livello nazionale o regionale, critico il dato in locale: se dici che il pm2,5 viene da biomasse bruciate dentro una metropoli come Milano, allora dentro tale metropoli chi brucia le biomasse non sono stufe e caminetti di abitanti di appartamenti residenziali.

        Basta che ci si capisca: dentro Milano non ci sono abbastanza stufe per fare 1/3 dell’inquinamento che c’è.

        (Che invece le polveri viaggino ci sta, anche d’inverno: gira, ma non abbastanza da ripulire proprio perché l’aria si miscela ma non c’è abbastanza ricambio nella pianura padana.
        Lascia stare il discorso che dove dovrebbe essere più sporco lo diventerebbe meno, è uno svarione mio perché sravo pensando alla grande città rispetto ad una singola zona limitrofa, ma i volumi in realtà sono invertiti e il pm2,5 si fa anche in città – solo che lì, in loco, non si fa con le stufe, manco per 1/3)

      • Non “sembra che io dica” nulla di diverso da quello che c’è scritto. I pellet sono in aumento e hanno permesso la penetrazione anche nei centri urbani, che prima non erano coinvolti significativamente nell’uso delle biomasse(Sondaggio 2006). Quello che c’è a Milano come faccio a saperlo? E quale utilità avrebbe nell’ottica dell’articolo scritto, che tratta dati nazionali e usa Milano solo come esempio di “esposizione”?

      • Era esattamente la prima cosa che mi sono chiesto quando ho letto di Milano e di 1/3 di inquinamento legato a biomasse che, per l’esposizione dell’articolo, sembrava far intendere che si trattava di biomasse bruciate in loco.
        Sul fatto che il pm2,5 sia un problema che deriva non solo dal traffico non ho niente da eccepire a patto che si sciolga l’equivoco di Milano (o Roma o altri grandi centri) dove una quantità di residenti sufgiciente a causare 1/3 dell’ inquinamento si scalderebbero bruciando in casa biomasse.

        Ci sta anche che sia 1/3, da biomasse, se almeno (a spanne, ma per saperlo di preciso, bisognerebbe sapere quanti ce ne sono davvero, di appartamenti o case scaldate a biomasse) i 2/3 di questo terzo vengono da altrove.

  34. nelle metropoli, basta guardare dalla finestra, a Torino i camini a legna funzionanti sono in media 1 ogni 30 condomini. Dunque 1 famiglia ogni 200 si scalda, almeno parzialmente, con combustione a legna o pellet. Fuori dalle metropoli, nell’interland, il dato è praticamente l’opposto.

  35. Forse dovremmo rinunciare agli arrosti nel caminetto e alle pizze su forno a legna, ma prima dovremmo rinunciare a disboscare selvaggiamente e a carbonizzare foreste intere. Le fiamme consumano ossigeno nella rezione di combustione e la materia bruciata rilascia sostanze più o meno dannose in base alla sua natura chimica.

  36. Salve, se si vuole che tutti usino il metano, dai dati il migliore combustibile in termini di polveri, allora la prima cosa da fare è estendere la rete di distribuzione. A casa mia, in un comune della civilissima Toscana, il metano non arriva; nella strada dove abito almeno una dozzina di famiglie si servono di legna e pellet che integrano agli impianti a gpl, poco efficienti e costosissimi. Io uso pellet e nocciolino di sansa, ma se avessi l’opportunità di allacciarmi al metano lo farei immediatamente. Il pellet e la legna..pesano, vanno maneggiati, comprati a sacchi, movimentati, stoccati, tagliati, … col metano premi un bottone ed hai fatto. Non credo proprio che le caldaie a biomassa abbiano compromesso la diffusione di quelle a metano.. dove il metano è disponibile. Quindi , non colpevolizziamo gli utilizzatori di biomasse ma , se i dati sono questi, che sia fatta una politica energetica vera e a lungo termine per diffondere capillarmente il metano e metterlo a disposizione di tutti.
    Inoltre, ..i dati riguardo alla grande diminuzione delle emissioni del settore trasporto, sono al netto delle note e recenti taroccature perpetrate dall’ industria automobilistica?

    • “se i dati sono questi, che sia fatta una politica energetica vera e a lungo termine per diffondere capillarmente il metano e metterlo a disposizione di tutti”

      È solo un inciso personale, non ho dati al riguardo. Però mi viene da pensare: sempre che ce ne sia abbastanza per tutti (magari anche sì per un po’ – sempre che non sia considerato più conveniente esportarlo o non importarlo…)

    • CimPy ha in parte risposto. Anche il metano ha i suoi problemi. L’unica soluzione è la coibentazione, almeno per chi ha la proprietà dell’edificio in cui vive. Per gli altri, se proprio vogliono usare pellet, almeno scegliere un modello di caldaia a bassissime emissioni. Devo ancora studiarmele,ma so che si sono tecnologie di abbattimento almeno parzialmente efficaci.

  37. un gigantesco errore di fondo (voluto? ) sta nella valutazione dell’inquinamento veicolare assumendo per validi i valori di legge del particolato degli autoveicoli:
    ogni dispositivo antinquinamento inventato per ridurre le varie frazioni PM è di fatto un tranello, uno per tutti il FAP, un filtro che restituisce aria da cui viene si estratto il particolato, ma che periodicamente, dopo un certa percorrenza del veicolo, restituisce all’ambiente tutto quello che aveva filtrato (altrimenti il veicolo si fermerebbe)
    Neanche da sottolineare che i valori delle emissioni prodotte vengono ufficialmente misurati entro gli intervalli “puliti”. Non certo nel momento in cui il FAP si sta ripulendo:
    (e ricordiamo che durante l’operazione riscalda al fine di portare a combustione il filtrato, trasformandolo le scorie in PM più sottili di quelle iniziali e molto più pericolose del particolato dei vecchi “inquinanti” camion a scarico libero di una volta, che però producevano particelle più grosse e molto meno pericolose

    • Non c’è scritto da nessuna parte che vengano presi per buoni i limiti degli standard EURO, anzi c’è scritto il contrario: “Tra le teoria e la pratica però spesso ce ne passa. Quindi andiamo a verificare se effettivamente il traffico su strada contribuisce molto meno all’inquinamento dell’aria.

      In particolare l’ISPRA adotta questa metodologia, indicata dall’EEA:

      A national methodology has been developed and applied to estimate emissions according to the IPCC Guidelines and Good Practice Guidance (IPCC, 1997; IPCC, 2000; IPCC, 2006) and the EMEP/EEA
      Guidebook (EMEP/EEA, 2009).
      The updated version 10.0 of the model COPERT 4 (EMISIA SA, 2012) has been used for the whole time series since 2013 submission, indeed the corresponding database has been customized in order to include the
      natural gas passenger cars detailed categories (distinctly for technology and
      for engine capacity classes 2 l), to correctly reproduce the features of the Italian fleet (the current version of the software 11.2
      doesn’t allow the management of the user defined categories in particular as regards the conversion of the database). This version, upgrading the methodology and the software compared to the previous version, 6
      9 considers a new subsector classification for gasoline and diesel passenger cars, updated emission factors for diesel passenger cars Euro 5 and 6, emissions update for mopeds, methane update for gasoline passenger
      cars, a new CNG subsector for passenger cars and update of the evaporative emission model (Katsis P., Mellios G., Ntziachristos L., 2012).
      In general, the annual update of the model is based on the availability of
      new measurements and studies regarding road transport missions (for further information see: http://www.emisia.com/copert/)

  38. Pingback: Inquinamento: il colpevole nascosto, ma non è il traffico veicolare ... - Una Lira per l'Italia

  39. Gentile Dott. Faccini ho letto con interesse l’articolo e i numerosi commenti.
    A dispetto delle argomentazioni più ingenerose devo dirle che lo trovo ben scritto e scientificamente solido. Il dibattito su una tematica complessa come l’inquinamento ambientale riflette il fatto che statisticamente si tende a guardarlo da prospettive diverse e forse incompatibili. Mi permetto di fare tre commenti con intento chiarificatore:
    – L’articolo tocca un aspetto specifico dell’inquinamento ambientale che è la produzione di particolato con diametro inferiore a 2,5 µm (un quarto di centesimo di millimetro). Il danno prodotto da questo tipo di inquinante è prioritario sulla salute nazionale per due motivi. Il primo perché è un particolato che, all’interno della categoria dei particolati, può arrivare a intaccare i polmoni in profondità ed è più pericoloso del particolato normale. Il secondo è che i tumori maligni alla trachea, bronchi e polmoni (su cui particolati hanno un effetto comprovato) rappresentano una delle prime cause di morte in Italia. Stiamo dunque parlando di salute italiana.
    – Altri effetti ambientali, come giustamente citato, richiederebbero altri tipi di studi comparativi. Un esempio è l’LCA che valuta tendenzialmente gli effetti su scala globale. Anche se si tratta di effetti che alla lunga incidono su scala regionale, vedi siccità prolungata, richiedono un approccio differente.
    – Considerando i risultati, al netto delle fonti ufficiali che sono le uniche utilizzabili in studi di questo tipo, il quadro è poco incoraggiante. E’ tuttavia difficile trarre conclusioni a causa della concomitanza di molti fattori. Da un lato esiste un rapporto tra l’efficienza tecnologica e la domanda pro-capite di energia. Al netto degli incrementi demografici, che in Italia sono limitati, purtroppo il comportamento sociale non segue necessariamente un logica di efficienza. L’effetto di rimbalzo, rilevato in economia, dimostra che una maggiore efficienza spesso produce un uso maggiore di risorse. Oltre all’efficienza bisognerebbe puntare su politiche di sufficienza, che sono in antitesi con alcuni modelli di sviluppo economico. Una chiara indicazione che invece sembra emergere è che tecnologicamente puntare sulla combustione tramite stufe o camini è una scelta negativa. Sotto questo aspetto l’articolo è illuminante. Resta l’interrogativo su quali siano le prospettive reali per i sistemi di riscaldamento indipendenti ed ecologici specie nelle aree rurali. Cordiali saluti

  40. rjcomitatogenitori

    Buongiorno. Sono un consumatore di legna per stufa, non molto impegnato, “solo” una trentina di quintali l’anno. Fino ad oggi credevo che bruciare legna fosse a “bilancio zero”. La ringrazio per questo articolo. Sarebbe però da completare con i dati relativi alla produzione dei combustibili descritti. Potremo forse avere delle sorprese riguardo l’inquinamento totale necessario per produrre combustibili come il metano o il gpl, rispetto alla legna?

    • Metano e gpl, hanno altri impatti, ma per lo più a livello globale. Il discorso sarebbe lungo e servirebbe un post a parte. A livello locale comunque sono fonti di energia a basso impatto.

  41. d’accordissimo sull’abuso di legna/pellet, basta camminare per le strade del mio paese di campagna di sera e respirare nubi tossiche di combustione! Ma, non essendo un esperto, i dati sulle emissione idelle auto sono calcolati come? Sono estrapolazioni dalle emissioni dichiarate dalle case automobilistiche? Se così stiamo freschi visti i recenti scandali e taroccamenti vari! Non è che tutto il comparto automobilistico è sottostimato (emisioni di CO2 comprese)?

    • ” i dati sulle emissione idelle auto sono calcolati come?”

      Centraline di rilevazione, sparse un po’ ovunque, possono distinguere le varie sostanze. Registrazioni continuate nel tempo e in siti particolari possono dare un’idea delle cause anche parecchio precise per comparazione (purché le condizioni climatiche si mantengano relativamente costanti, una centrslina dovrebbe registrare dati diversi se posta in centro città o in estrema periferia, o anche la stessa a bordo arteria in ore di pendolarismo spinto o in giorni di blocco del traffico, per dire).

      Alla fine si tratta di dati validi in sé e soggetti ad interpretazioni senza dubbio valide su zone ampie (o anche specifiche, se si tiene conto di come è fatto il territorio).

      Di certo non lo chiedono a chi vende le auto, al limite potrebbero includere i dati delle revisioni come campione di comparazione.

      • Ovviamente resta valido che l’aria si miscela e quindi alla fine troverai polveri sottili anche dove (esistesse il luogo) non si formano.
        Ma dovresti comunque trovare picchi e concentrazioni diverse nei luoghi e nel tempo.

        La multifattorialità della questione e la difficoltà di analisi particolari è una cosa nota, ma i dati sono attendibili e non c’è dubbio che motori, forni, stufe e altoforni inquinino in modo diverso e che i vari combustibili usati abbiano emissioni diverse (per questo, si fanno e si sono fatte anche analisi di laboratorio).
        Il monitoraggio dei siti considerati a rischio (ad esempio i termovalorizzatori) è costante.

  42. Complimenti per l’articolo, come sempre non si può essere esaustivi con un post sul blog, ma questo mi ha fatto riflettere su quanto sia importante fare un passo indietro (rispetto alle certezze che molti di noi hanno) e rendere efficienti il più possibile i riscaldamenti centralizzati condominiali (ove naturalmente non è possibili sviluppare una rete di teleriscaldamento). Solo in questo modo possiamo evitare l’installazione di biomasse inutili, abbattere i PM 2,5 e le emissioni di CO2. Complimenti ancora! Luca B.

  43. Pingback: Inquinamento: c’è un colpevole che pochi conoscono | Behind Energy

  44. Pingback: Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti. | Risorse Economia Ambiente

  45. Eh già, invece che dotarci di paltò ovvero di cappoti edili coibenti, siamo andati avanti con i pannicelli caldi quali le stufe a pellet o le caldaie a condensazione.
    I vari “Piano case” hanno prodotto ancora poca ristrutturazione per aumentare le classi d’efficienza energetica, vero strumento per ridurre gli inquinanti da riscaldamento domestico.
    Ora godiamoci le conseguenze di tanta politica economco-sociale miope se non anche paracriminale.

    Marco Sclarandis

  46. Massimiliano Dall'Argine

    molto interessante e credo assolutamente realistico.

    Se si può porre una critica è che il pm 2,5 come tutti i pm hanno caratteristiche diverse essendo polveri agglomerate, se la variazione ha di fatto eliminato metalli pesanti o altri mutageni ad ampio impatto presenti nella raffinazione del petrolio allora, a mio avviso, potrebbe esserne valsa la pena.

    L’altro aspetto riguarda la rinnovabilità delle fonti, in termini energetici se si brucia materia organica che si può ricostituire in pochi anni e non in ere geologiche è una grandissima vittoria.

    detto questo probabilmente uno dei più grandi problemi è l’inquinamento degli agglomerati cittadini, la città dovrebbe essere “smart” non solo per l’efficientamento dei trasporti e dei servizi ma e soprattutto per i consumi e le emissioni, credo però questo sia un capitolo troppo grande da aprire qui.

  47. Trarre conclusioni tenendo in considerazione un solo agente inquinante è improponibile oltre che fuorviante…un’articolo stupido e futile …giornalettisti da 4soldi bucati…

  48. Buonasera, nel settore del riscaldamento a biomassa, hanno forte valenza sui dati di emissione, sia il tipo di combustibile e la sua qualita’, sia le prestazioni in termini di qualità della combustione che i prodotti hanno.

    È possibile acquistare prodotti con emissioni molto basse (stufe, caminetti, caldaie) se non addirittura bassissime.

    In questo articolo si generalizza in merito alle biomasse, alcune si, inquinano più di altre, ma in questo settore influiscono fortemente anche la qualità dell’installazione, la manutenzione dei prodotti, dei condotti fumari e soprattutto la qualità del combustibile; nel caso del combustibile legna non esiste alcuna normativa concreta.

    Mio parere, un grosso contributo alla riduzione di questo dato riguardo all’inquinamento lo si avrebbe acquistando o sostituendo i prodotti con altri poco inquinanti (esistono addirittura stufe a legna con combustione catalittica), regolamentando severamente la qualità dei combustibili, delle installazioni e focalizzando le attenzioni alla qualità dell’isolamento termico degli immobili.

    Ampie case clima, ottimamente isolate, attraverso una stufetta a legna da 4 kw di potenza ceduta e con tecnologia di combustione adeguata, vengono scaldate con emissioni bassissime.

    Infine concordo CinPy che sostiene la scarsa presenza di stufe e caldaie a legna o pellet nelle città. Le caratteristiche di urbanizzazione e la storicità dei caseggiati, nonché la complicazione dello stoccaggio e approvvigionamento del combustibile, fanno sì che la domanda di questo tipo di prodotti nelle città sia bassissima rispetto alle aree esterne.

    • Solo per inciso:
      poche stufe non significa necessariamente che nelle grandi città non si brucino biomasse o legna – significa solo che non è il consumo di legna il “primo colpevole” in tali luoghi, specie se si intende il consumo per riscaldamento residenziale.
      Credo che questo sia stato sufficientemente chiarito.

  49. caro Dario, se vuoi fare un confronto tra legna e combustibili fossili, mi chiedo come mai non valuti tutta la filiera, la ricerca, le perforazioni, gli sversamenti in mare , le guerre… Intorno a me ci sono molti boschi e nessuno è mai venuto con carri armati. Ti dirò che in montagna la legna la faccio con la carriola e la mia stufa è nuova e così efficiente che mi permette di tagliare la legna con la sega a mano. Conosco un ingegnere di una compagnia del GAS ed è costantemente su aerei in giro per il mondo…se i vari ingegneri fanno così sono pari a quante stufe?
    Attiviamo la nostra filiera di legna a KM ZERO facciamo lavorare i nostri giovani e facciamo come in Svizzera l’installazione dei catalizzatori con fumi e coscienza pulita. Ho un link su uno studio appena fatto, su il minor impatto dei fumi a legna rispetto dei fumi diesel, appena riesco dal mio pc te lo giro. Saluti Tullio di stufabio.it

    • Caro Tullio di stufabio.it,
      dove avrei scritto che voglio fare un confronto tra legna e combustibili fossili? Ho voluto mettere in luce un controsenso: il ruolo crescente delle biomasse(addirittura incentivato dallo Stato) nell’inquinamento PM2,5.
      Purtroppo le PM2,5 uccidono molte più persone in Italia di molte guerre. Ad esempio, rispetto la guerra civile libica, in questi ultimi due anni in Italia i morti per PM2,5 sono circa dieci volte tanto.
      Io sono ingegnere, non lavoro per compagnie del GAS, non ho interessi nella vendita di stufe/caldaie e non vado a lavorare in aereo. Il settore dei trasporti via aria è analizzato nella seconda parte di questo articolo, così puoi farti un’idea.
      Sul discorso tecnologie per la combustione e abbattimento fumi, farò un altro post, ma non tanto presto. Prima voglio far uscire quello sull’ultimo inquinante. Anche per quello le biomasse escono con le ossa rotte.
      Saluti

      Ps: ho già letto vari studi sulla diversa caratterizzazione del particolato da legna rispetto quello da gasolio. Il punto non è questo. Il fatto che il PM2,5 da auto è in diminuzione, quello da legna in forte crescita. E il particolato è cancerogeno comunque indipendentemente dall’origine emissiva:

      https://aspoitalia.wordpress.com/2013/10/19/laria-nuoce-gravemente-alla-salute/

      • @Tullio
        stufabio, non sufabio – c’è un leggerissimo conflitto di interessi, sembrerebbe:

        “vendo stufe”

        Soprattutto se ti piacciono “le fiamme pulite”, dovresti prima dimostrare che sono tali – qui si dice esattamente il contrario e che se fossero più diffuse le stufe, avremmo problemi maggiori.

        Hai dei dati che mostrano il contrario?

  50. articolo molto molto interessante.
    Ho anche cominciato a leggere i commenti e le tue risposte, ma poi ho smesso. Quindi mi scuso in anticipo se ti hanno già fatto questa domanda, e hai già risposto.
    Vivo a Milano, dove (penso, non ho dati certi) il riscaldamento è principalmente a metano (una volta si diceva “gas città”, non so se è la stessa cosa), e non credo nessuno abbia stufe a pellet. Inoltre di impianti industriali non credo ce ne siano più, a parte forse l’inceneritore di Rho/Pero. Se quindi il primo colpevole dell’inquinamento non è il traffico, da cosa dipende il continuo superamento della soglia di PM, che siano 2,5 o 10? Tre giorni di blocco del traffico hanno dato risultati zero, confermando in effetti quello che tu sostieni.
    Grazie

    • Già detto:
      L’inquinamento è di tutta la regione.
      In loco, le stufe sono pochine (anche se un po’ di legna in città si brucia lo stesso).
      In loco i principali responsabili sono altri – ma il punto è che di loco, in loco, ce n’è poco (scusa lo scioglilingua) rispetto al totale (anche se la cappa del milanese è proverbiale)

      • In effetti Cimpy ho aperto l’attività per vendere e sviluppare i catalizzatori per i fumi, stufe catalizzate che abbiamo fatto arrivare dal Canada..ahimè in Italia non se ne vendono, però se vai a Salicina nella vicina svizzera puoi vedere un impianto a biomasse con emissioni quasi zero.
        ps. mi sono tolto la soddisfazione di rottamare qualche stufa a carbone

      • Tipo catalizzatore? Titanio? Serie del platino? Efficienza di rimozione PM1?

      • Nick Mentafredda

        “i responsabili sono altri”
        cioè quali?
        nessuno usa stufe a pellet o a legna a Milano, quindi?

      • I residenziali per riscaldamento perdono 100 a 1 coi panettieri o coi pizzaioli. L’inquinamento da pellet/legna viene principalmente dai dintorni. Nelle grandi città – come produzione locale- la fanno da padrone (otre al traffico e al riscaldamento tradizionale) le attività produttive. Il riscaldamento è principalmente a metano o elettrico o da termovalorizzatori o a gasolio o, al limite, a gpl.

  51. Sui catalizzatori c’è pochissima ricerca, le grandi aziende lo adottano su modelli di punta o come optional per una mossa di greenwashing del marchio. Per lo più sono di derivazione auomobilistica con l’obiettivo di ridurre il monossido attraverso il legame al ad alta temperatura di ossigeno ( CO + O = CO2 ) quindi riduzione del 90% di CO e questo valore l’ho misurato di persona con apparecchiature dedicate. Per il resto Indicano un 80% di riduzione delle polveri dannose e certificazioni Tuv, altri sistemi sono elettrostatici con irrisorio consumo di corrente.
    Evidente che la logica la fa il mercato: il cliente non è interessato a spendere di più a fini ecologici e le aziende fanno il minimo per rientrare nei parametri di legge. Un camino nuovo è certificato con l’85% di rendimento, peccato che la certificazione sia lontana dall’uso comune che avviene con intermittenza, con poca consapevolezza dell’utenza e senza l’obbligo di consegna di legna asciutta dai rivenditori…Ad esempio solo il modo di accendere il camino cambia notevolmente le emissioni. http://www.energia-legno.ch/energia-del-legno/accensione-corretta.html
    Saluti
    Tullio

    • E’ 80% in meno rispetto al modo tradizionale di accendere la legna (o rispetto a legna non ottimale) ho capito bene?
      Ma qual è il dato in confronto, ad esempio, al metano?

      (di passaggio: no io non vendo metano)

      • La differenza vera è che io sto bruciando le piante messe a dimora da mio nonno, sotto le quali abbiamo raccolto castagne, ciliege, noci, funghi; abbiamo condiviso momenti di gioco e lavoro. Con mio figlio di 4 anni ad aprile abbiamo messo a dimora con reteclima un centinaio di piante : stiamo abbellendo il nostro paese, a breve si potrà passeggiare al fresco, all’aria buona, il bosco crea risorse flora e fauna. Tra venti anni con quelle piante faranno i manici di scope, i mobili e con pochi scarti si scalderanno le case. Il tuo gas dove lo faranno? davanti alla Puglia dove vogliono trivellare?

      • Veramente no: si chiama gas naturale e le trivellazioni le hanno fatte all’alba dei tempi. Ma vedo che non hai risposto alla domanda: come stanno i fumi delle stufe catalitiche a legna che vendi rispetto a quelli di caldaie a metano?

        ps:

        “abbiamo condiviso momenti di gioco e lavoro”

        Quindi inquini meno grazie al lavoro e al gioco di tuo figlio? Sembra un racconto di Don Camillo.

      • Visto che io sono un Peppone, vado in Russia e se Putin ti chiude il gas, sia che sia naturale che non inquinante ci devi andare con le truppe militari per prendertelo..mi pare che non comprendi il mio discorso che lega l’ambiente al sociale, che evidenzia una buona economia rispetto a una logica vecchia di sfruttamento indisciplinata legata all’oggi senza pensare al futuro. Non mi interessa bruciare metano fossile nemmeno nelle celle combustibili o in cogenerazione ad altissimo rendimento. Saluti

      • Veramente ti davo del Don Camillo, quello che è sempre buono pure quando non la racconta giusta.
        Il gas naturale lo importiamo anche perché quello che abbiamo preferiamo rivenderlo che ci rende di più.
        Aspetterei ad accendere le stufe iche si arrivasse alla canna del gas -almeno dove si può.

  52. Pingback: Italia che cambia | Emergenza smog: pratiche virtuose contro l’inquinamento

  53. forse però si deve considerare che se è certo che le nuove auto inquinano molto meno le stesse auto in circolazione sono aumentate ( e quanto lo potrete sapere da fonti ufficiali). altro dubbio è che l’inquinamento da legna o biomasse sia veramente nocivo in sé o forse siano gli “additivi” che sporcano e nuocino all’ uomo. di sicuro un fattore fondamentale su tutti è l’ aumento demografico mondiale e di conseguenza lo sfruttamento delle risorse che porta per forza di cose ad aumenti di inquinanti e diminuzioni delle risorse stesse. forse anche se non sono un tecnico e nemmeno un politico ci vuol poco a capire che le fonti energetiche come solare eolica e delle maree sono quelle che ci saranno qualche speranza in più. ma quanto è voluta questa strada???

  54. Gentile Dario,

    Abbiamo ricevuto segnalazione del suo articolo da parte del sig. Rinaldo Sorgenti. L’articolo l’abbiamo trovato molto interessante e pieno di spunti, pertanto vorremmo chiederle l’autorizzazione a pubblicarlo sul nostro portale citando ovviamente la fonte.
    Può contattarci all’indirizzo redazione@orizzontenergia.it

    Grazie

  55. Articolo molto interessante, ben strutturato e approfondito. Concentrarsi su energie alternative e sul riciclo sembra essere la strada migliore per, se non altro, non aggravare la situazione ambientale e iniziare lentamente una bonifica. Grazie, ottimi spunti!

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  65. Questo é terrorismo energetico,diciamo di dirigerci verso fonti di energia rinnovacili e poi si scrivono simili articolì! Cui prodest?

  66. La tassazione del metano da parte dello stato e delle regioni ha portato il costo della fonte, ancorché fossile, più pulita in una delle più care con la conseguenza che questa viene via via abbandonata
    Questa è la lungimiranza dei politici che farebbe affogare i pesci

  67. bè insomma…. mancano un po di dati!!
    intanto non tineni in condsierazione la differenza tra emissione di legna tradizionale (stufa tradizionale, caminetto aperto, caminetto chiuso, ecc tutt emetodologie che riportano emissioni differenti) rispetto al pellet… la sensazione è che fai di tutta l erba un fascio. invece un dato significativo è che 20 stufe producono pm quanto 4 stufe tradizionali…
    cioè: non mi pare proprio un dato trascurabile
    un altro dato di fatto fondamentale (per quanto riguarda il veneto) è che SOLTANTO IL 14% usa una stufa pellet/cippato. gli altri si dividono in camino aperto/camino chiuso/sfufa tradizionale ecc
    quindi la stragrande magioranza usa il legno : materiale che porduce più polveri del pellet.
    (t invito ad analizare questo report dell ARPA VENETO http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/aria/file-e-allegati/Consumi%20domestici%20legna%20in%20Veneto_1.0.pdf)
    quindi la tua conclusione che l aumento del pm sia dovuto all impennata di ventidta di stufe a pellet, scusa se mi permetto, ma mi pare una deduzione tutta tua.
    Inoltre come ti hanno fatto notare altri, non tieni conto dell aumento di autoveicoli che c’è stato negli ultimi 20 anni, non tieni conto del aumento dell inquimaneto a livello globale (davvero non pensiamo che l aumento dell inquinamento in Cina e India non influenzi anche la nostra qualità dall aria??) , ecc
    In ultima tu stesso affermi che i dati affidabili solo solo quelli dal 2013 in poi ma poco sopra giustifichi il “picco” del 2013 (quando hai spiegato benissimo che è un picco falsato) all impennata di vendite di stufe a pellet……. questa stranezza davvero non la comprendo!!

    • 1. Differenze di emissione tra pellet e legna, o tra impianti più o meno avanzati non contano se la sostituzione avviene rispetto a tecnologie meno inquinanti (gas, gpl ma anche gasolio): comunque l’impatto a livello di polveri aumenta.
      2. Io ho trattato dati nazionali.
      3. Mai affermato che siano i pellet la principale causa. Ti consiglio di rileggere attentamente prima di mettere in bocca ad altri quello che non hanno detto. Ho detto che l’aumento dell’installato a pellet segue la curva dell’inquinamento prodotto dalle biomasse, poi ho detto che per la legna mancano i dati. Ho poi sempre usato la locuzione “biomasse” o “legna e pellet”. Non ho mai detto che i pellet siano più impattanti della legna.
      4. Ancora, non sai o non vuoi leggere, ma vuoi criticare. L’Istat pubblica serie storiche di emissione “nazionali”, queste sono riportate nell’articolo. Mi dici perché dovrei tenere conto dell’inquinamento della Cina? Non ho mica citato dati di misurazioni della qualità dell’aria (peraltro comunque non molto confortanti).
      5. Ah, naturalmente l’aumento del numero di veicoli circolanti è inserito nelle emissioni storiche nazionali dell’Istat, quindi anche questo tuo appunto è fuori luogo. Ma è così difficile leggere le spiegazioni delle fonti?
      6. Ok, non ce la faccio più. Rileggiti l’articolo e anche le note, dove tutto è spiegato. Se poi comunque non riuscirai a capire che il picco indica dove siamo adesso e tutta la serie verrà ricostruita a partire da questo, mostrando ancora un trend in aumento…beh allora non sarò certo io a farti cambiare idea.

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