Nukexit

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Con la Brexit, il più sicuro reattore nucleare del mondo potrebbe fallire per sempre.

Di Dario Faccini

UN’INFANZIA DIFFICILE

Nel 2007 l’Unione degli Scienziati Preoccupati l’aveva definito come l’unico reattore nucleare che:

[…] sembra avere il potenziale per essere significativamente meno vulnerabile ai gravi incidenti e agli attacchi terroristici rispetto ai reattori già in funzione.

É l’EPR, il Reattore Europeo ad acqua Pressurizzata. Un gioiello della tecnologia franco-tedesca progettato e prodotto dal colosso del nucleare francese Areva. Un reattore con ben 4 sistemi di raffreddamento di emergenza del nocciolo, due strutture di contenimento in cemento armato e un dispositivo di cattura del reattore se dovesse finire comunque in meltdown.

Il primo reattore EPR ad essere stato messo in cantiere si trova ad Olkiluoto, in Finlandia. Iniziato nel 2005, avrebbe dovuto essere operativo nel 2009, ma invece lo sarà solo nel 2018, con circa 4 miliardi di euro di perdite che Areva vorrebbe accollare alla società committente (TVO).

La costruzione del secondo reattore EPR, a Flamenville, in Francia, è iniziata nel 2007 e avrebbe dovuto terminare nel 2013, con un costo di 3,3 miliardi di euro. L’ultimo comunicato della società committente (EDF) pone l’inizio della produzione elettrica per la fine del 2018 con un costo cumulato di 10,5 miliardi.

Sta andando meglio per gli ultimi due reattori EPR in costruzione dal 2009 a Taishan in Cina. Con solo due anni di ritardo sui lavori e un costo complessivo di 8 miliardi di euro, dovrebbero entrare in funzione a partire dall’inizio del 2017.

UNA MONTAGNA DI DEBITI

L’EPR è stato un pessimo affare per Areva, che ha gestito male anche altre attività. I debiti sono esplosi nel 2014, con 4,8 miliardi di euro di perdite, e altri due miliardi nel 2015.

Al governo francese, praticamente azionista unico di Areva (87%), non rimanevano che due opzioni: un aumento di capitale o la vendita ad un’altra grande società controllata (84%) dallo stato francese, Électricité de France (EDF). Ha scelto quest’ultima opzione, decidendo di cedere le attività che riguardano la costruzione di reattori nucleari (Areva NP) mentre mantiene gli altri rami di Areva, compreso quello del ciclo del combustibile (estrazione, arricchimento, riprocessamento, stoccaggio) e anche il brutto affare Olkiluoto. Areva NP, valutata tra i due e tre miliardi di euro, verrà quindi ceduta entro il 2017 in gran parte a EDF e una quota di minoranza sarà venduta anche a Mitsubishi Heavy Industries, che tenta così di salvaguardare una joint venture con Areva nel produrre il reattore ATMEA, un altro reattore ad acqua pressurizzata con elevati standard di sicurezza di cui sono stati ordinati 4 esemplari dalla Turchia.

Sin qui è una partita di giro tra due società controllate dallo stato francese. Il problema è che pure EDF non naviga in buone acque.

Come tutte le utility elettriche europee negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con una domanda elettrica in calo e la penetrazione delle nuove rinnovabili. Ma c’è molto di più.

L’indebitamento netto di EDF  a fine 2015 era di 37,4 miliardi di euro, mentre ora la capitalizzazione di mercato è intorno ai 24 miliardi. La quasi totalità dell’energia prodotta da EDF è poi di origine nucleare e questo pone in prospettiva enormi problemi finanziari legati all’anzianità di servizio del parco atomico che gestisce:

  • 55 miliardi di euro saranno necessari entro il 2025 per il programma di estensione della vita di varie centrali;
  • nel frattempo deve essere accantonato denaro sufficiente per permettere il decomissioning delle centrali che man mano andranno chiuse; EDF ha accantonato solo 23 dei 55 miliardi di euro che reputa necessari per smantellare i 58 reattori in funzione, e la cifra di spesa sembra parecchio ottimistica;
  • inoltre, man mano che le centrali nucleari saranno chiuse, serviranno enormi finanziamenti per sostituirle con nuovi impianti nucleari;

Infine c’è il problema dell’aumento dei costi del futuro deposito di stoccaggio nazionale delle scorie radioattive (Cigéo), che da gennaio sono aumentati del 50%, passando da 20 a 30 miliardi di euro.

IL SALVAGENTE: HINKLEY POINT C

In questa tempesta perfetta, c’è una sola ancora di salvezza che potrebbe dar fiato alle casse di EDF e contemporaneamente rilanciare l’EPR in Europa. É il progetto di costruzione di ben due reattori EPR ad Hinkley Point C, nel Somerset in Inghilterra. La prima centrale ad essere costruita nel Regno Unito da 20 anni a questa parte.

Con una capacità combinata di 3,2GW, il sito sarebbe in grado di erogare il 7% dell’elettricità consumata nel Regno Unito. Il costo del progetto è valutato in 18 miliardi di sterline (21 miliardi di euro), cui vanno aggiunti i costi di finanziamento. Di questi EDF sosterebbe due terzi, con la quota restante portata dalla China General Nuclear Power (CGNP, di proprietà dello stato cinese). Da parte sua il governo si impegnerebbe ad acquistare l’elettricità prodotta ad un prezzo che è oltre il doppio di quello attuale di mercato (92,56£/MWh invece di 45£/MWh) e a fornire una prestito garantito di 2 miliardi di sterline per avviare il progetto. Il costo che sarebbe sostenuto dai cittadini inglesi, in termini di garanzie di prezzo d’acquisto sull’energia, è lievitato da poco meno di 6 miliardi nell’ottobre 2013 a quasi 30 nel marzo 2016, per effetto dei cali del prezzo di mercato dell’energia elettrica.

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Figura 1: l’aumento del carico finanziario di Hinkley Point C per i contribuenti inglesi, per effetto delle variazioni del prezzo dell’energia elettrica. Fonte: National Audit Office, “Nuclear Power in the UK”.

 

Una contropartita talmente ricca per EDF e CGNP che alcuni analisti della City l’hanno definita una ‘follia economica’ che permetterà alla società francese un return on equity (ROE, redditività di capitale proprio) compreso tra il 20 e il 35%.

Pur considerando i benefici ambientali derivanti dalle basse emissioni di CO2, un tale livello di incentivazione incorpora evidentemente uno o più dei seguenti aspetti: altissime aspettative di aumenti futuri del prezzo del petrolio e del gas naturale; un fattore di rischio intrinseco per EDF e CGNP molto più grande di quanto comunemente atteso; la mancata competizione e considerazione di altre opzioni possibili.

Su quest’ultimo punto va osservato che le nuove rinnovabili (solare, eolico) hanno visto calare molto i costi per unità di energia prodotta tanto da risultare più competitivi in UK del nucleare stesso. Da parte sua il costo dell’energia elettrica prodotta dal nucleare è in aumento.

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Figura 2: Costi di produzione elettrica livellati per varie fonti di energia in UK, andamento negli ultimi 6 anni. Fonte: National Audit Office, “Nuclear Power in the UK”.

 

Certo, un paragone completo non è possibile, visto che le nuove rinnovabili forniscono energia ad intermittenza mentre il nucleare la eroga con costanza. Rimane comunque la perplessità sulla ragionevolezza economica dell’accordo.

BREXIT SPACCATUTTO

In realtà questa era la situazione  sino al 23 giugno, quando il Regno Unito ha votato per lasciare l’Europa. Nella bufera post voto è caduto il governo Cameron cui è succeduto il governo May l’11 luglio.

Il 28 luglio il CdA di EDF vota l’approvazione definitiva del progetto di Hinkley point C, con una maggioranza risicata: 10 a 7. Altri due membri del CdA si sono dimessi nel 2016 citando l’elevata rischio che EDF si assume partecipando alla costruzione del sito nucleare più costoso della storia. A quanto pare il generoso accordo raggiunto con il governo inglese non sembra poi così allettante. L’impressione è che la decisione sia stata forzata politicamente.

Lo stesso giorno il governo May blocca tutto rimanda la firma dell’accordo definitivo all’inizio dell’autunno. Sul piatto ci sono esigenze diverse che il  nuovo governo inglese deve considerare:

  • La fame di energia del Regno Unito, con un parco nucleare ormai vecchio e quello a carbone da dismettere per motivi climatici; se il progetto fosse fermato sarebbero poi difficile mandare avanti gli altri cinque nuovi impianti nucleari che dovrebbero seguire;

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Figura 3: Previsione della capacità elettrica installata in UK per il nucleare e carbone nel periodo 2015-2035 in assenza di nuovi impianti. Fonte: National Audit Office, “Nuclear Power in the UK”.

 

  • Le trattative relative alla Brexit, nelle quali Hinkley Point C potrebbe essere materia di scambio;
  • Il ruolo della Cina nel progetto, che i conservatori ora al governo in UK in passato hanno definito pericoloso (citando fonti dei servizi segreti) in quanto permetterebbe di introdurre vulnerabilità nei sistemi informatici che sovrintendono la centrale che potrebbero provocare black out su comando.

Sia da parte francese che cinese le reazioni non si sono fatte attendere.

 

QUEL CHE SARÀ

Non è chiaro ancora come evolverà l’intera faccenda. La palla per ora è in campo inglese, che potrebbe usarla per ottenere vantaggi a livello di negoziati dall’uscita dalla UE o ricontrattare parzialmente la generosa garanzia di acquisto dell’elettricità prodotta. In quest’ultimo caso il progetto potrebbe non vedere più la luce viste le difficoltà finanziarie di EDF.

In tutto questo sono comunque chiari alcuni aspetti.

In Europa le rinnovabili, l’efficienza e il calo dei consumi nell’occidente hanno creato condizioni economiche sfavorevoli alla costruzione di nuovi impianti nucleari. D’altra parte, l’incidente di Fukushima e le preoccupazioni per il terrorismo spingono per l’adozione di soluzioni tecnologiche più sicure in campo atomico, per ora disponibili solo con l’EPR, cui consegue un’esplosione dei costi per investimento che porta anche questa opzione fuori mercato. La costruzione di nuove centrali nucleari sta così rapidamente uscendo dalle possibilità delle grandi utility quotate, persino di quelle a grande partecipazione pubblica.

Senza generosi apporti pubblici anche il solo mantenimento dell’attuale capacità di produzione elettrica da nucleare è diventato impossibile.

Ma l’apporto pubblico si sta rivelando rischioso. Con la Brexit si è dimostrato che la scala dell’intervento richiesto produce ripensamenti e cautele anche all’interno delle stesse forze politiche che si sono impegnate a garantire il sostegno.

E, su tutto, aleggia il fantasma sempre più vicino dei costi di dismissione delle centrali e stoccaggio definitivo delle scorie.

I veri costi del nucleare stanno venendo al pettine.

 

 

2 risposte a “Nukexit

  1. ci vorrebbe un cambio profondo di paradigma con forti riduzioni dei consumi.

  2. Altro che pettine, occorrerano dei rastrelli da fieno…………..
    Marco Sclarandis

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