La triste fine dei Parchi: il caso Toscana

La povertà è l’unica difesa che ci rimane contro la miseria.

Di Jacopo Simonetta

Correvano gli ottimistici primi anni ‘90 quando, ad un convegno sulle politiche ambientali tenutosi a Roma, fra tante voci futili, ne udii una che mi colpì.  Un professore di economia della Sapienza (di cui purtroppo non ricordo il nome) disse che avevamo sbagliato tutto. Senza mezzi termini, disse che l’Occidente in generale, e l’Italia in particolare, aveva impostato la sua politica ambientale basandola sul fatto che oramai eravamo abbastanza ricchi da poterci permettere di proteggere gli uccellini. Non nell’ottica di salvaguardare i fondamenti stessi della civiltà e della vita: cioè gli ecosistemi e le risorse. Questo, disse, era stato un errore irreparabile a causa del quale, non appena si fosse verificata una crisi economica dura e persistente, l’intero castello della politica ambientale sarebbe stato smantellato. Allora temetti che avesse ragione; ora so che l’aveva.

Non è un fenomeno solo toscano, e neppure italiano.  In tutto il mondo, dal Brasile alla Polonia, dagli Stati Uniti all’India non c’è praticamente paese in cui al mordere della crisi non abbia fatto seguito uno smantellamento o, quanto meno, un allentamento, delle già molto parziali tutele ambientali in nome e per conto di un “rilancio della crescita” che appare sempre più problematico. In un’altre occasioni abbiamo parlato di questa problematicità. Qui vorrei invece parlare di uno fra gli infiniti esempi di come questa impostazione si attua sul territorio: il sistematico  smantellamento di quella “rete delle aree protette” di cui fino a poco tempo fa l’amministrazione regionale toscana si vantava (in parte bluffando).
Beninteso, il capitolo delle Aree Protette è solo uno fra quelli lungo cui si è articolata la scarsamente efficace politica ambientale del passato ed attraverso cui si sta dipanando la molto efficace politica anti-ambientale corrente.  In realtà, l’attacco a tutto ciò che può essere bruciato per una qualunque forma di speculazione investe ogni recesso dell’attività di stato, regioni e comuni.  Ma concentriamoci solo sui parchi, tanto per non dover scrivere dodici volumi infolio.

IN GENERALE

In realtà, in Regione Toscana (e non solo) pochi hanno capito bene a cosa servissero le Aree Protette. Tuttavia, esistevano dei territori nettamente meno antropizzati di altri ed esisteva una lobby ambientalista; rissosa e divisa, ma unanime sul fatto che queste aree si dovessero proteggere.  Il calcolo elettorale era (o pareva) vantaggioso e così la Regione varò una serie di parziali misure di tutela, fra cui l’istituzione di tre parchi regionali (Parco della Maremma nel 1975, parco di Migliarino, S. Rossore Massaciuccoli 1979, Parco delle Apuane 1985). Tutti nacquero sulla base di compromessi e nessuno ha mai funzionato davvero come avrebbe teoricamente dovuto, ma comunque sono serviti a rallentare il degrado ambientale e, in qualche caso, anche ad invertire la tendenza, recuperando in parte sul piano della qualità ambientale e della vitalità degli ecosistemi.
Dopo 10 anni di crisi che non accenna a finire, i calcoli elettorali sono cambiati ed il “business is now” a qualunque costo è diventato un’ossessione generale, esattamente come previsto dal professore di Roma trent’anni fa.

A livello regionale, la demolizione si muove su diversi piani contemporaneamente.  Il principale è, sicuramente, quello del progressivo taglio dei fondi e del personale, con particolare riguardo al personale di vigilanza da sempre carente ed oramai del tutto virtuale.   Non si tratta solo di risparmiare su spese considerate inutili, c’è una strategia. Si sa benissimo, infatti, che in questo modo si creano situazioni progressivamente sempre più ingestibili da tutti i punti di vista: amministrativo, ambientale, di ordine pubblico, ecc.  E man mano che le situazioni di degrado aumentano, diventa più facile coalizzare gruppi di persone intorno ad una qualche variante di “ora basta questo schifo” per far passare atti e decisioni che, alla fine, porteranno dei soldi in tasca a qualcuno (del tutto legalmente s’intende) che poi troverà modo di compensare chi gli ha fatto il favore (sempre legalmente, s’intende).   La “bustarella” classica è infatti una realtà diffusa, ma non universale, mentre universale è lo scambio di favori travestiti da atti di governo del territorio.
Tutto ciò è una pratica antica, ma che è diventata prassi in seguito allo sbracamento della stato ed alla progressiva delega del potere reale non tanto ai comuni come istituzioni, quanto, personalmente, ai sindaci che ad oggi sono, di fatto, quasi dei dittatori pro-tempore. Almeno in Toscana, non ci sono più enti che possano o vogliano opporsi alle decisioni che i sindaci prendono non già sentito il consiglio comunale, di fatto esautorato, bensì sentiti i loro collaboratori ed amici. Esistono leggi e riforme costituzionali che danno loro il pieno diritto di farlo, perché non dovrebbero?
In compenso, esistono enti (stato e regione) che possono e vogliono tagliare i bilanci dei comuni ai quali, sostanzialmente, viene detto qualcosa del genere: “Soldi non ve ne diamo più, arrangiatevi vendendo quello che avete.”  E poiché il principale “possesso” dei comuni è il diritto di permettere o vietare attività speculative sul proprio territorio, può finire ad un solo modo (al netto di rare e preziose eccezioni).

Le leggi istitutive dei parchi toscani stabilivano due organismi direttivi: una “Comunità di Parco”, costituita dai sindaci dei comuni in parte o in toto compresi nei confini, con potere consultivo.  E un “Consiglio Direttivo” costituito da soggetti nominati dalla Regione, con potere deliberativo.  Dunque il sistema, sulla carta, è che i sindaci propongono e discutono, ma è la Regione, tramite il “Consiglio” che decide.  Solo che le nomine del presidente e del Consiglio vengono fatte sentito il parere dei sindaci, per cui, di fatto, il consiglio ratifica le decisioni già prese in altre sedi fra i sindaci ed il presidente.  Così, i Parchi hanno finito con l’essere poco più che delle “super proloco” ed un giro virtuale sui rispettivi siti illustrerà la loro priorità commerciale meglio di qualunque altra cosa.  Si tratta ora di completare la metamorfosi, svuotandoli del potere, teoricamente notevole, che ancora hanno su molte ed appetibili materie.

Conosco molto superficialmente il Parco della Maremma, del quale quindi non parlerò in dettaglio.  Conosco invece assai bene i due parchi delle Apuane e di Migliarino, ad ognuno dei quali dedicherò un paragrafo che somiglia molto ad un epitaffio.

 

IL PARCO DELLE APUANE

Una delle vittime illustri di questa situazione è il Parco della Alpi Apuane, da sempre “cenerentola” della politica ambientale Toscana per una semplice ragione: dal punto di vista politico ed imprenditoriale, l’unica cosa interessante che c’è sono le cave di marmo.  Tutto il resto non conta, neppure tutti gli altri minerali presenti semplicemente perché nel mercato odierno non sono sfruttabili .  Dunque, dall’inizio, il parco nacque su di un pilastro solidissimo: nessun limite importante alle attività di cava che rimangono in carico ai comuni (al netto di complesse, quanto inutili procedure burocratiche).  Ne è nato un “Parco colabrodo”, i cui confini sono stati disegnati su misura per non ostacolare le attività estrattive principali (sempre al netto di farraginose, quanto inutili procedure). A questa situazione “statutaria de facto” si è aggiunto un vasto divieto di caccia, tanto per dire che si era fatto un parco.

Tra i molti impatti ambientali delle cave di marmo, c’è l’inquinamento delle acqua di superficie e di falda. Da Legambiente 2014.

 

Ciò nondimeno, negli anni il Parco ha anche fatto qualcosa di utile, soprattutto all’inizio. Per esempio, trovare dei finanziamenti per restaurare antichi edifici in rovina od ostacolare interventi particolarmente nocivi, a condizione che non si trattasse però di cave di marmo.  Si giunse perfino a chiudere una grande cava di dolomia, ma solo perché in quel caso l’iniziativa fu del comune.

La spiegazione ufficiale di questo singolare atteggiamento è che “il marmo è il pane delle Apuane”, cosicché chiunque proponga un sia pur vago limite alle attività estrattive ed alle sue devastanti conseguenze si iscrive da solo nel registro di “quelli che vogliono affamare in nostri bambini”.  Peccato che il marmo sia oggi un affare che porta milioni nelle tasche di decine di persone, migliaia di euro nelle tasche di alcune centinaia, mentre tutti gli altri pagano per loro.  Non è un caso se i comuni con più cave siano anche quelli più poveri, con la disoccupazione più alta ed i maggiori problemi di disagio di ogni genere. Non è un caso neppure se le città di Massa e Carrara, gotha del marmo, siano fra le più povere d’Italia.
Un apparente paradosso parzialmente spiegato da uno studio molto preliminare sulle esternalità create dall’industria lapidea del 2008. Per quanto lacunoso, il lavoro dimostrò chiaramente che i danni arrecati al territorio eccedevano almeno di un ordine di grandezza i vantaggi.  La conclusione era una richiesta urgente alla Regione affinché riprendesse lo studio, approfondendolo, verificandolo ed ampliandolo. Visto il volontarismo alla base di quello studio, era infatti possibile che contenesse degli errori anche importanti, ma di fatto tutti i soggetti istituzionali (comuni, province, parco e regione) cui fu pubblicamente e ripetutamente presentato, ne fecero ampie lodi, salvo poi smarrirlo irreparabilmente e ripetutamente.
Altra tegola sulla già sanguinante testa del Parco,è il “Piano Regionale per le Attività Estrattive” attualmente in corso di stesura ed approvazione. Un piano in stile tipicamente toscano.   Sulla base di un’indagine conoscitiva per molti aspetti approfondita, al di là di una fittissima rete di regole e procedure, per quanto riguarda le Apuane il succo è che le cave in attività si mantengono e si ampliano. Ma non solo: si potranno riaprire buona parte di quelle chiuse in passato, mentre la regione farà carico al contribuente di un monumentale modello tridimensionale dei giacimenti marmiferi di cui i proprietari delle cave saranno gli unici a beneficiare (gratis).  Forse l’unico barlume di novità che trapela è la possibilità che qualcuno voglia finalmente verificare le quantità estratte per farsi pagare le tasse, cosa che sarebbe già un notevole passo avanti rispetto all’attuale.

 

IL PARCO DI MAGLIARINO S.ROSSORE MASSACIUCCOLI

Storia diversa, finale analogo.   Il Parco dall’improbabile nome di Migliarino – S. Rossore – Massaciuccoli ha goduto per molto tempo di un notevole flusso di soldi pubblici e, nei suoi primi anni, riuscì effettivamente a fermare speculazioni edilizie per decine di ettari, strade sulle dune e simili. Certo, rimaneva uno strano Parco, con “nella pancia” intere città e basi militari, densità folli di ungulati e molto altro ancora, ma nell’insieme il saldo era positivo per la conservazione degli ecosistemi unici al mondo che tutelava.  Certo, si tollerarono abusi grandi e piccoli, specialmente lungo le marine, e non si riuscì a fermare la lenta agonia del Lago di Massaciuccoli, mentre si realizzarono opere del tutto inutili come la ristrutturazione in stile super-lusso di alcuni edifici della Tenuta di S. Rossore e molto altro ancora.  Ma perlomeno le grandi lottizzazioni e le strade di penetrazione furono fermate.

Lago di Massaciuccoli: oltre la siccità e le infiltrazioni di acqua marina, rimane elevato l’inquinamento, compreso quello da pesticidi.

 

Era infatti un’utile vetrina e l’ampia disponibilità di fondi consentiva di finanziare un sacco di opere, magari inutili, ma che lo facevano comunque considerare utile.   I nemici però c’erano e non avevano dimenticato le idee di un tempo; così, ora che il parco ha meno fondi e che alla Regione non interessa più usarlo come vetrina, tutti i vecchi fantasmi degli anni ’70 stanno riemergendo dai cassetti dei sindaci (si perché le amministrazioni cambiano, ma le loro idee mai).
Così, nel giro di pochi mesi sono saltati fuori una serie di progetti,  provvedimenti  e proposte che vanno dalla delega ai comuni di parte delle competenze del Parco in materia urbanistica, all’estensione degli stabilimenti balneari a Calambrone, alla realizzazione di una super-strada a sud di Viareggio, a due “piste ciclabili” (da oltre 250.000 € cadauna) sulle dune e lungo il canale della Bufalina.   Fino alla realizzazione di centinaia di nuovi posti barca con (prossimamente) i relativi parcheggi lungo il Serchio, ed alla trasformazione delle vecchie postazioni per la pesca con la bilancia in villette in mezzo al Lago di Massaciuccoli.  Per aggiungere danno alla beffa, nel frattempo il Parco si sta in parte finanziando mediante la vendita di legname della Tenuta di S. Rossore sulla base di un piano di assestamento forestale che, a tutti gli effetti, è un piano di disboscamento perché ignora tutti i parametri ambientali critici: dalla variazione del clima e dei livelli freatici, ai suoli, alla densità di ungulati, fino al valore storico e monumentale di certi alberi.
Certo, ognuna di queste faccende ha storie diverse sotto il profilo storico ed amministrativo. Per spiegare l’origine ed i problemi di ognuna sarebbe necessario scrivere un lungo rapporto, ma tutte sono coerenti con un fine comune: rosicchiare un poco per volta il Parco e completarne la trasformazione in un ente di promozione commerciale.

 

CONCLUSIONE

Il professore di Roma aveva ragione.   Finché abbiamo avuto tanti soldi (o finché abbiamo potuto fingere di averne) ci siamo dilettati di conservare qualche brandello di territorio per metterne le foto sui depliant turistici.  Da alcuni anni il vento è cambiato.  Tutta la normativa è sostanzialmente ancora in piedi, ma la sua efficacia si basa comunque sul fatto che almeno uno degli enti territoriali sia interessato a conservare qualcosa.  Laddove l’ente che decide è uno solo, oppure laddove tutti siano concordi, non ci sono molte altre possibilità che fare del boicottaggio in modo da guadagnare (forse) tempo.  Nutro pochissime speranze che la politica (ancor prima dei politici) cambi impostazione, ma ho speranza che dopo aver terminato i soldi “per l’ambiente” finiscano anche i soldi “contro l’ambiente”, sia pubblici che privati.
Sono molti anni oramai che mi sono convinto che la povertà è l’unica difesa che ci rimane contro la miseria.

 

 

 

 

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8 risposte a “La triste fine dei Parchi: il caso Toscana

  1. Premetto che questo mio commento, che reputo quanto mai ficcante e in argomento, è stato cancellato più volte sulla pagina facebook di aspo italia: evidentemente dava fastidio il contenuto all’autoreferenzialità del pubblico
    o il concetto che se nell’ambito del pubblico non si trovano i due soldi necessari per salvare il lupo indennizzando adeguatamente gli allevatori il lupo è spacciato ed anche il bel post in oggetto di Simonetta viene a mancare di sostanza secondo me.
    In Toscana questo anno numerosi casi di uccisioni di lupi da parte degli allevatori non adeguatamente indennizzati dallo stato e che hanno fatto lobby per cercare di legalizzare la caccia ai pochi lupi presenti: di che parliamo? Sono passate sui principali media nazionali le immagini di lupi con la testa mozzata in Toscana. Il lupo riesce a campare anche al di fuori dei parchi, se il monte stipendi pubblico avesse il coraggio di mettere la piccola trattenuta per mettere i due spiccioli necessari a proteggerlo. Bene i parchi, prima pensiamo a proteggere il lupo
    ricavando dalle risorse pubbliche esistenti il necessario per indennizzare gli allevatori non scaricando su di loro la colpa: la colpa è del pubblico. https://www.change.org/p/soslupo-salviamo-i-lupi-sbonaccini-glgalletti/u/2211186

  2. Nel link di change.org trovate i riferimenti precisi al caso Toscana.

  3. la povertà è l’unica difesa che ci rimane contro la miseria. Avere poco è meglio che non avere niente. Peccato che non avverrà fintanto che il petrolio sarà abbondante e poi vallo a dire ai 6 mld e oltre di poveri che nonostante la povertà si riproducono come conigli. L’ambiente si salva solo se l’essere umano è nella miseria e più nera è più si salva. A meno di diventare tutti dei temperanti prudenti moderati, in pratica dei santi. Buona questa, vero?

    • Petrolio abbondante ancor oggi, ma sempre più costoso da estrarre economicamente e come impatto ambientale. Difficile pensare che le elites globali al potere non siano consapevoli del tunnel senza uscita imboccato da questa società consumistica. Gli unici all’oscuro del medioevo prossimo venturo dietro l’angolo sono la maggioranza dei miliardi di homo tanto prolifici, i primi ad essere falciati dal collasso di tutto. Certo cambiando paradigma, in primis azzerando l’aumento demografico e passando alle energie rinnovabili, si potrebbero minimizzare gli effetti devastanti del suddetto collasso, ma a mio avviso è come credere all’avvento degli asini volanti. Se timidamente, troppo, cominciano a vedersi le politiche in direzione delle rinnovabili, quelle per la pianificazione demografica globale sono ancora di là a venire. Ci vuole una dose iper massiccia di ottimismo per pensare positivo sul futuro di questa civiltà. Mah…

  4. Malinconico ed illuminante.

    Dalle mie parti abbiamo a che fare con uno stuolo di persone che reclamano “pulizia dei boschi”; intendono “radere al suolo”, ovviamente. Sospetto che quello italiano sia l’unico popolo dell’orbe terracqueo capace di considerare la vegetazione arborea una forma di sporcizia.

    • forse siamo l’unico popolo che non ha nessun scrupolo a inventare lavoro distruttivo per sè, gli altri e l’ambiente, basta guadagnarci sopra.

      • in fondo siamo discendenti dell’IRI che faceva lavorare per il voto di scambio intere fabbriche in cui il monte stipendi era inferiore al costo totale, ossia sarebbe costato meno dare lo stipendio e tenerli tutti a casa. Ma sono le aberrazioni del capitalismo, un pò come è il fracking.

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