Il Picco in Italia: 15 anni e non sentirli

Assistetti al seminario di Campbell e fu per me un risveglio. Il lavoro scientifico di ricerca che avevo intrapreso fino ad allora perse, quasi improvvisamente interesse, c’era altro da fare per chi aveva una cultura scientifica…

Di Luca Pardi

Nel 2003 uscì quello che è, per quanto ne so, il primo libro in italiano che parla del Picco del Petrolio. Si tratta di “La fine del petrolio” di Ugo Bardi. Pochi mesi dopo l’uscita del libro Ugo invitò a Firenze Colin Campbell che l’allarme sull’imminenza del picco e della conseguente fine del petrolio a buon mercato, l’aveva lanciato, insieme a Jean Laherrere, cinque anni prima nel 1998. Assistetti al seminario di Campbell e fu per me un risveglio. Il lavoro scientifico di ricerca che avevo intrapreso fino ad allora perse, quasi improvvisamente interesse, c’era altro da fare per chi aveva una cultura scientifica e la tendenza a porre, ed eventualmente affrontare, i problemi in modo quantitativo.

Successivamente Ugo mi raccontò che il suo “risveglio” era avvenuto negli Stati Uniti all’indomani dell’attentato delle Torri Gemelle, quando, intrappolato a Washington dal blocco dei voli successivo all’attentato, girando in una libreria si imbatté nel libro di Kenneth Deffeyes “Hubbert’s peak” che è appunto del 2001.

Dopo il seminario di Campbell al Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze, in un settembre ancora caldo dopo un’estate torrida che sarebbe restata per gli anni a venire uno dei primi record del cambiamento climatico nel nostro paese, seguii Ugo nel suo studio e li, insieme ad un manipolo di persone, decidemmo di dar vita ad un’associazione di studiosi del picco del petrolio in Italia. Dopo qualche indecisione nei mesi successivi optammo per la denominazione attuale: ASPO Italia. Per questa associazione scrissi il primo statuto e ricoprii la carica di tesoriere e vicepresidente fino al 2010, quando sono diventato presidente. Serviva un sito web e nel marzo 2005 Ugo Bardi firmò il primo articolo “Una introduzione alla teoria di Hubbert“. Per quanto fossimo scettici ed anti-complottisti funzionali, la connessione dei tre fatti che avevamo di fronte ci era chiarissima fin dall’inizio: il picco del petrolio, cioè il raggiungimento del massimo di produzione della risorsa energetica (e non solo energetica) più importante del mondo, il cambiamento climatico che proprio dall’intensivo sfruttamento delle fonti energetiche fossili è causato e infine il serpeggiare del nervosismo geopolitico che dalle Torri Gemelle portò all’invasione dell’Iraq, in cui la comunità internazionale fu forzata da menzogne inventate di sana pianta (le famose armi di distruzione di massa), ed al seguito di operazioni politico- militari sulla via del petrolio in gran parte sostenute dalla retorica del terrorismo. La riflessione su questi temi globali ha formato il nostro modo di affrontare i problemi anche locali in questi anni. Lasciando perdere per il momento le questioni geopolitiche che, più delle altre, sono opinabili, i due fenomeni principali: picco del petrolio e cambiamento climatico, rappresentano in modo paradgmatico l’intreccio fra esaurimento delle sorgenti planetarie, dinamica e intensità del processo economico e saturazione delle discariche planetarie.

Sul cambiamento climatico esiste un dibattito pubblico, non particolarmente sano, ma ben visibile, sulla questione energetica e del picco la nostra voce è invece sprofondata nel frastuono dell’informazione- intrattenimento- spettacolo in cui si fraintende il significato delle parole. Vediamo quali sono i principali fraintendimenti.

Prezzi bassi. L’affermazione che non trova avversari nell’opinione pubblica è che dal 2014 il prezzo del petrolio è “crollato” ed è ora basso. In realtà il prezzo del petrolio ha avuto effettivamente un crollo sia dopo la crisi del 2007- 2008, sia dopo il periodo 2011- 2014 durante il quale volava intorno ai 90-100 $/barile, ma non è mai sceso al di sotto del doppio del prezzo di fine secolo scorso (20$/b) e spesso, come adesso, è più di tre volte quel valore. Il prezzo del petrolio non è basso o, meglio, lo è solo rispetto ai record dei quindici anni trascorsi e, soprattutto, ai costi crescenti di estrazione. Quindi se in questa fase i paesi consumatori sentono un peso relativo della bolletta petrolifera è solo perché i produttori soffrono una perdita di reddito. Vi dicono nulla le crisi persistenti del Venezuela, della Nigeria, dell’Iran e le stesse inquietudini saudite?

Shale. Lo shale è stata la risposta dell’industria petrolifera statunitense alla stasi di produzione che, a fronte di una domanda crescente, dovuta a sua volta alla Cina e ad altri mercati emergenti, aveva innescato la corsa al rialzo del primo decennio di questo secolo e poi il rapido recupero dopo la crisi del 2007- 2008. Lo shale (come ha detto in un bel post Dario Faccini) riguarda quasi esclusivamente gli Stati Uniti e circa il 5% della produzione globale e, mentre anche li si comincia a pensare a cosa verrà dopo e quanti operatori resteranno stecchiti sul campo, l’idea che la tecnica del fracking sia esportabile rimane un’ipotesi.

Il picco non è mai avvenuto. Questo è il più idiota dei fraintendimenti che ho sentito in bocca anche a persone relativamente intelligenti. Come se il consumo di una risorsa non rinnovabile potesse avere una dinamica diversa da quella descritta da una curva che cresce nel tempo poi raggiunge un massimo (o più di uno, o un plateau oscillante) per poi declinare. Il picco è inesorabile. Quindi, al più, non è ancora avvenuto che è una cosa diversa dal dire che non è mai avvenuto.

Da più parti si è detto che nel primo decennio del XXI secolo c’è stato il picco del petrolio convenzionale (cioè del petrolio facile e a buon mercato), lo stesso post citato precedentemente mi ha convinto che tale affermazione sia ancora valida. Il picco del convenzionale è dietro alle nostre spalle. Ciò che è venuto dopo è sempre petrolio ma non è più a buon mercato. Possiamo ammettere di esserci sbagliati pensando che non si sarebbero estratte le categorie di petrolio più costoso e che, per un certo tempo, alcuni operatori possono produrre in perdita, ma questo non sposta di molto il dibattito. Il nostro interesse era ed è far entrare nell’agenda politica il tema energetico dai due punti di vista illustrati sopra: l’esaurimento delle risorse fossili e il cambiamento climatico. Nostro interesse era ed è che ci si guardi negli occhi e si dica: “Signori e Signore, la principale risorsa energetica mondiale, quella senza la quale nulla di quello che ci gira intorno esisterebbe, si sta rapidamente esaurendo; cogliamo l’occasione per organizzare per tempo, cioè prima di una vera crisi di scarsità, una vasta e rapida transizione energetica, in modo di trovarci, nel più breve lasso di tempo possibile, al massimo un paio di decenni, con una struttura energetica prevalentemente basata sulle fonti rinnovabili, cioè in una situazione invertita rispetto al presente nel quale le fonti fossili coprono ancora l’85% dei consumi energetici globali. Nulla, gli avversari, cioè coloro che hanno interessi diretti nel paradigma fossile hanno combattuto strenuamente per annullare i nostri tentativi. Ma perfino molti amici, convinti ad esempio della gravità della situazione ambientale, hanno iniziato a seminare dubbi catturati dalla propaganda avversaria sull’abbondanza ed i prezzi bassi.

In sostanza il Picco di tutti i liquidi combustibili non è ancora avvenuto, ma la fine del petrolio facile è dietro le nostre spalle e si è visto. Se il prezzo non sale soffrono i produttori e si parla di circa 1 miliardo di persone che vivono sui proventi dell’estrazione petrolifera. Se il prezzo sale, seguendo l’aumento dei costi, soffrono le economie dei paesi consumatori. Peraltro non abbiamo mai detto: il picco avviene il giorno tal dei tali. Abbiamo sempre detto: importa poco la data che segnerà l’anno del picco, ma piuttosto importa metter mano per tempo alla mitigazione. Questo concetto, lo abbiamo ripetuto fino alla noia fin dal 2005 quando Robert Hirsh & C scrissero la loro analisi sul tema.

La propaganda ha, per ora trionfato, ma, come si dice, “gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo”.

Non demordiamo.

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Una risposta a “Il Picco in Italia: 15 anni e non sentirli

  1. lo shale era noto da sempre ai geologi americani, ma non era redditizio sfruttarlo per gli altissimi costi. Ora l’economia non se li può permettere, ma dopo il picco del convenzionale hanno messo in campo il pezzo da novanta della finanza: la bolla speculativa. Grazie ad essa stanno trapanando il Permiano, in Texas, come un gruviera, ma è un’illusione che finirà; così come è arrivato il picco del convenzionale, arriverà anche quello del non convenzionale. Si spera che a quel punto comincino a fare qualcosa nel giusto verso. Fino allora BAU ad oltranza.

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