L’altro WEO. Alcune considerazioni a margine

Arnaldo Orlandini

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I lettori di questo blog hanno probabilmente familiarità con il World Energy Outlook (WEO). Il rapporto della International Energy Agency (IEA) ha un quasi omonimo, più noto agli economisti, il World Economic Outlook (WEO anch’esso), pubblicato due volte l’anno dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Confesso di essermi spesso avvicinato con scarso entusiasmo alle pubblicazioni del FMI, per via del suo “appiattimento” sulle posizioni e le politiche economiche di ispirazione monetarista e neoliberale, che hanno rappresentato negli ultimi decenni l’ortodossia. Tuttavia, in anni recenti, in particolare dopo il G20 del 2009, è emersa una maggiore flessibilità. L’ultimo WEO presenta un interessante capitolo dedicato a debito pubblico e crescita, intitolato, con gustosa citazione cinematografica, “Il buono, il brutto e il cattivo”.

Storicamente, il problema del debito è stato affrontato in diversi modi, a volte in combinazione tra loro:

• Sostanziali aggiustamenti fiscali (riduzione della spesa e/o tasse)

• Crescita economica (agendo in primo luogo sul denominatore del rapporto debito/PIL)

• “Repressione finanziaria” (misure, dirette o indirette, per canalizzare “forzosamente” il risparmio verso titoli del debito pubblico, i cui tassi di interesse vengono a loro volta mantenuti artificiosamente bassi)

• Default espliciti (e.g. Argentina, 2001; Germania, 1932) o ristrutturazioni del debito (e.g. Grecia, 2012)

• Vampate inflazionistiche (che riducono il valore reale del debito)

Il capitolo citato del WEO prende in esame i primi tre casi.

La prima opzione è la tesi ortodossa, prevalente nelle istituzioni e nei governi europei. Solo un volta azzerato il deficit (pareggio di bilancio strutturale) e ridotto drasticamente il rapporto debito/PIL, si potranno creare le condizioni per la crescita, a partire dalla ritrovata fiducia dei mercati. Di qui i programmi di austerità e il Patto di Bilancio europeo del marzo 2012.

La seconda è la classica tesi keynesiana, che ha oggi in Paul Krugman il suo più autorevole e vigoroso sostenitore (manifesto). Non è durante una durissima fase recessiva che si può e si deve rientrare dal deficit e dal debito. Al contrario, quando l’intero settore privato è in contrazione, le politiche fiscali devono agire in senso stabilizzante, anticiclico, sostenendo la domanda aggregata, ossia l’insieme delle spese per consumi ed investimenti.

La terza, più che come una ricetta, è presentata dagli stessi autori che hanno riportato il tema nel dibattito corrente come un rischio incombente. L’argomento non può essere esaminato in poche righe. Basti qui dire che colpirebbe soprattutto i rentiers, che sarebbero in varia misura costretti a sottoscrivere strumenti del debito pubblico con profili rendimento/rischio non certo allettanti. Gli eventuali effetti distorsivi sull’economia, in un contesto come l’attuale, appaiono una preoccupazione di secondo ordine.

A sostegno dell’opzione ortodossa, ricorda il rapporto del FMI, vengono spesso citati studi empirici che individuano una relazione inversa tra debito e crescita economica. Al di sopra di un certo livello di debito (grosso modo, 90% del PIL ) non si cresce. Ora, forte dell’esame di una serie di casi storici, il WEO chiarisce che non esiste una relazione semplice tra debito e crescita, né si può individuare una singola soglia debito/PIL per distinguere il “buono” dal “cattivo”. Sottolinea poi che: i) un alto debito può essere esso stesso la conseguenza di una crescita fiacca; ii) tanto il debito come la bassa crescita possono dipendere da un terzo fattore, ad esempio una crisi finanziaria.

Proviamo a sviluppare qualche ragionamento. Un semplice sguardo ai dati (Tabella 1) suggerisce che i punti i) e ii) si applicano perfettamente alla situazione attuale.

tabella

 

Il debito pubblico non è all’origine della crisi finanziaria, le cui cause prossime sono semmai da ricercare nell’indebitamento privato. Il forte deterioramento del debito è piuttosto una conseguenza della crisi.

Non si vuole qui negare che l’attuale livello del debito rappresenti un grave problema. Lo è. Soprattutto se una parte consistente dello stesso è in mano straniera e la BCE non agisce come prestatore di ultima istanza. Tuttavia, il “buon senso economico”, per dirla con Krugman, e l’evidenza empirica, storica e corrente, depongono chiaramente a favore della priorità del sostegno diretto alla domanda. Molto meglio se coordinato a livello europeo.

Sgombriamo il campo da un possibile equivoco. A prescindere da ogni valutazione sulla decrescita come modello da seguire, l’attuale “grande recessione” non può in alcun modo essere assimilata alla decrescita. Qui siamo di fronte a distruzione di capitale e disoccupazione di massa prolungata, che, oltre ai drammatici risvolti umani e sociali, implica una costosissima perdita di professionalità e conoscenze. L’attuale recessione avrà anche fatto diminuire (in Europa) le emissioni di CO2, per la forte contrazione dell’attività industriale e dei consumi energetici, ma non ci sta certo portando verso quello “stato stazionario” auspicato dai teorici della decrescita.

Nel lungo periodo – che per noi si sta drammaticamente accorciando – è sempre più chiaro che l’attuale modello di produzione e consumo è ecologicamente insostenibile.

Tuttavia, alle sofferenze delle persone va data risposta nel breve periodo, che è come dire qui e adesso. Realisticamente, bisogna iniziare ad agire all’interno del modello esistente.

Non si tratta, però, di stimolare la crescita per la crescita. Si può e si deve farlo, fin da subito, con un forte orientamento ecologico. Esiste una differenza radicale tra grandi opere infrastrutturali, di dubbia utilità e certa devastazione ambientale, e un vasto e capillare programma di “riconversione ambientale”.

Un programma che parta dalla considerazione del metabolismo fisico dei processi economici (separando le attività estrattive da quelle realmente produttive, valutando in modo appropriato i servizi degli ecosistemi) e costruito attorno ai concetti di smart city, tecnologie per il risparmio energetico, mobilità sostenibile, messa in sicurezza e riqualificazione idrogeologica del territorio. Si creerebbero così attività ad alta intensità di lavoro, lavoro specializzato e opere di utilità collettiva e diffusa.

Tutto ciò nella consapevolezza che la strategia non può esaurirsi nel “forzare il ciclo”, fino alla crisi successiva.

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11 risposte a “L’altro WEO. Alcune considerazioni a margine

  1. Il caso del debito spagnolo è impressionante. Era al 36% del PIL prima della crisi. E, se ricordo bene, la Spagna aveva pure un avanzo di bilancio.

  2. Ho apprezzato molto la chiarezza espositiva. Le sarei grata se potesse indicarmi dove trovare i dati (se possibile anche per altri Paesi ed altri anni) riportati nella tabella del post. Grazie

  3. Bisognerebbe mettere in evidenza anche il caso giapponese. Il paese ha un rapporto debito/PIL oltre il 230%, il più alto del mondo, ma poichè a detenere il debito sono soggetti nazionali e la Banca del Giappone sottoscrive gli eventuali titoli non collocati, paga interessi sul debito bassissimi. Ora, il neo-eletto primo ministro, Shinzo Abe, si avvia a varare un poderoso piano di stimolo all’economia (con una prima tranche da 85 miliardi di euro): “incentivi per investimenti in tecnologie avanzate, specie in energia e ambiente, in ricerca e sviluppo, in sostegni vari alle imprese, nella ricostruzione infrastrutturale e abitativa post tsunami, nella sicurezza anti-sismica, nel sostegno ai redditi dei meno abbienti, in spese varie nelle aree più deboli del Paese” (dal Sole 24 Ore, 15 gennaio).

  4. Ottima analisi!
    Soprattutto il suggerimento che quando si parla di debito pubblico è importante analizzare se esso è in mano ad investitori stranieri o meno e se la Banca Centrale di riferimento sia prestatore di ultima istanza o no. Si veda il caso del Giappone con un rapporto debito/PIL al 236%(!!!). Ma quello è un altro “mondo”.
    Penso che le ultime misure adottate dalla BCE (ibrido prestatore) come lo scudo anti spread e l’attivazione del fondo ESM, abbiano dato sufficiente sicurezza generalizzata, affinché si possano pensare riforme “coraggiose” da parte degli Stati Membri, che vadano nella direzione suggerita dall’articolo.
    Succede però che in Italia, i candidati premier che popolano i talk-show televisivi inciampano su domande centrali come quelle sul programma economico di governo: questo dimostra o che non ne hanno uno o non lo conoscono o non sanno di cosa si sta parlando.
    Cordialità.

  5. risorse economia ambiente, ma solo quelle esterne sono reali, quella nel mezzo è fuffa. Serve solo per imbrogliare e per questo è così importante.

  6. Condivisibile, per carità. Però, come sarebbe bello vivere in un paese dove all’idea di “vasto programma di lavori pubblici” uno non dovesse associare immediatamente (quasi come un riflesso condizionato) quelle di lievitazione dei costi e infiltrazioni malavitose.

  7. Sottoscrivo. E azzardo un nome di grande opera infrastrutturale “di dubbia utilità e certa devastazione ambientale”: la TAV Torino-Lione?

    • Ma che cattiveria! Poveri cementisti, devono pur rovesciare da qualche parte le carrettate di calcestruzzo che non riescono più a vendere. Sono orfani di una bolla immobiliare….ah, già: ricorda tanto le montagne di cemento riversate sugli argini dei fiumi negli anni ’80 per far fronte alle sovrapproduzioni invendibili.

  8. Pingback: Sostenibilità e politica « Energia & Motori

  9. Bell’articolo. Aggiungerei solo una cosa: la problematica ecologica non è solo una questione di tecniche e modello di consumo, ma anche di scala. In un mondo finito, la popolazione e l’attività umana (o meglio, il loro effetto combinato) non posso crescere indefinitamente.

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