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Cover-crop: l’agricoltura che aiuta il clima.

Roller-crimper-resize

I combustibili fossili non sono i soli imputati del cambiamento climatico. In realtà l’uomo sta alterando il clima globale anche con pratiche agricole non sostenibili.

Una volta tanto è possibile però trasformare il problema in soluzione.

Di Remo Angelini, con contributi di Massimiliano Varriale

Si conosce abbastanza bene il ruolo dell’agricoltura nelle emissioni globali di gas serra. È ovviamente importante visto che produce il cibo per 7 miliardi di esseri umani. Le stime sulle emissioni dirette di gas serra dell’agricoltura sono tra l’11 ed il 15% del totale delle emissioni. A queste vanno aggiunte le emissioni dovute alla deforestazione ed al conseguente cambio di uso del suolo, che ammontano a ca. il 15-18% delle emissioni totali. Quindi l’agricoltura contribuisce per il 26-33% delle emissioni totali.

Quando si parla di emissioni dovute all’agricoltura non ci si riferisce solo a quelle dei trattori ed altri mezzi agricoli. Una parte importante delle emissioni legate all’agricoltura sono dovute anche alla lavorazione del suolo che, grazie a processi ossidativi, emette anidride carbonica (CO2) e protossido di azoto (N2O).

Negli ultimi anni in molti paesi si sta diffondendo una nuova tecnica di coltivazione che può essere molto interessante dal punto di vista della capacità di sequestrare quantità importanti di CO2, ridurre le emissioni di N2O, ridurre le emissioni dei mezzi agricoli, ed essere quindi anche conveniente economicamente per gli agricoltori.

Si tratta della coltivazione di copertura (cover crop) terminata col roller-crimper. Il roller-crimper è un rullo sul quale sono fissate delle lame che schiacciano ad intervalli regolari le piante su cui passano (vedi figura sopra).

In pratica si effettua una semina di piante che producono molta sostanza organica come la segale, o leguminose capaci catturare azoto per migliorare la fertilità del suolo, e si terminano col roller-crimper, spesso seminando contemporaneamente la coltivazione da reddito in un unico passaggio.

In questo breve video prodotto dal Rodale Institute viene spiegato come lavora il roller crimper e perché è stato costruito con quella forma, e le modifiche da apportare alle normali seminatrici di precisione per poterle usare sulla terra coperta dalla pacciamatura creata col roller-crimper.

Questo modo di seminare fa risparmiare almeno 2 passaggi di trattore su 3 necessari con le tecniche convenzionali (a volte anche 4). Quindi si ha già un’importante riduzione delle emissioni dovute all’uso del trattore. Le piante seminate tra le piante terminate coprono in breve il terreno coprendo la pacciamatura che si è formata. Questo la protegge dai raggi solari che sono uno dei fattori che incrementano l’ossidazione delle piante morte al suolo. Comunque se si seminano le piante più produttive come la segale si può ottenere uno strato di copertura spesso alcuni cm, e se le piante sono pressate bene solo il primo cm dello strato superiore viene colpito direttamente dal sole. In uno strato spesso 5 cm significa che l’80% della massa vegetale di copertura va incontro a dei processi di decomposizione molto graduali e con poche emissioni di anidride carbonica.

Considerando che un ettaro di cereali produce da 3,5 a 10 t di paglia per ha (vedi Global Food Insecurity Rethinking Agricultural and Rural Development Paradigm), e che la paglia contiene in media il 50% del peso in carbonio, equivalente a 1,83 kg di CO2 sequestrata per ogni kg di sostanza vegetale secca con un semplice calcolo si vede che un ettaro di seminativo, prendendo come valore medio la produzione di 5,5 t di paglia per ha, può assorbire ca. 10 t di CO2 all’anno . Dalle analisi effettuate in diversi campi sperimentali si è visto che in media ogni ettaro assorbe ca. 4 t di carbonio all’anno. Se tutta la superficie agricola del pianeta si coltivasse in questo modo si potrebbe arrivare a 21 Gt di CO2 sequestrata all’anno (vedi Regenerative Organic Agriculture and Climate Change A Down-to-Earth Solution to Global Warming, Rodale Institute).

Se poi queste tecniche di rigenerazione del contenuto di carbonio nel suolo fossero applicate anche sui terreni a pascolo si potrebbero sequestrare ulteriori 37 Gt di CO2 all’anno. Per un totale di 58 Gt di CO2 sequestrata all’anno. Ci sono ovviamente grandi differenze nella capacità di assorbire CO2 tra le diverse colture, tipi di suolo e climi, ma le quantità che si potrebbero catturare sarebbero comunque enormi.

Questa tecnica, seminando a rotazione diverse piante per la copertura, può anche ridurre le quantità di fertilizzanti necessarie, fin quasi ridurle a zero. In pratica il fertilizzante si coltiva sul terreno stesso. Anche questo ridurrebbe notevolmente le emissioni collegate con la fertilizzazione, sia dirette dovute alla produzione, trasporto e distribuzione dei fertilizzanti, sia indirette perché i terreni così lavorati, o meglio non-lavorati, assorbono molto meglio l’acqua dei terreni coltivati in modo tradizionale, e quindi anche i nutrienti contenuti penetrano meglio nel suolo. Questo si vede molto bene nel breve video prodotto dal Servizio per la conservazione delle risorse naturali del dipartimento per l’agricoltura degli USA.

Si notano due cose: che il suolo organico non lavorato non si scioglie in acqua come quello lavorato e che è molto più permeabile all’acqua. Se il suolo agricolo fosse così permeabile ed assorbente anche in casi di piogge eccezionali buona parte dell’acqua sarebbe trattenuta nel suolo, riducendo il rischio alluvioni ed il ruscellamento dell’acqua sul suolo. Il minore scorrimento dell’acqua ed il suolo coperto ed aggregato riducono anche moltissimo l’erosione. La copertura vegetale impedisce alla pioggia di battere direttamente sul suolo e quindi di eroderlo. L’aggregazione dell’humus non lavorato è dovuta sia a radici e funghi che lo attraversano che alla sua composizione chimica, e se non viene lavorato è molto più resistente a vari stress a cui può essere sottoposto, sia per piogge violente che per siccità. Infatti le coltivazioni così avrebbero molta più acqua a disposizione, riducendo la necessità di irrigazioni aggiuntive, incrementando produzione e di conseguenza anche la cattura di CO2. È ovvio che più le piante coltivate crescono e più CO2 assorbono. La copertura vegetale rullata oltre che ridurre l’evaporazione dell’acqua sopprime anche a lungo la nascita e crescita delle erbacce, riducendo quindi la necessità di diserbare, con un ulteriore risparmio di emissioni dovute alla produzione, trasporto e distribuzione sul campo dei diserbanti o alle lavorazioni altrimenti necessarie.

Si tratta evidentemente di una tecnica pensata per l’agricoltura biologica, infatti è stata sviluppata dal Rodale Institute che si occupa di agricoltura biologica dal 1947, ma si può adottare anche per le coltivazioni convenzionali, con risparmi notevoli per gli agricoltori, migliorando nel medio e lungo termine la produttività per ettaro delle colture. In pratica è la trasformazione su scala industriale delle tecniche già note a chi fa l’orto sinergico o applica i principi della permacultura.

Fin qui abbiamo parlato soprattutto delle emissioni di CO2, ma non lavorare la terra riduce anche le emissioni di protossido di azoto (N2O) che è un altro importante gas serra che viene liberato dal suolo con la lavorazione, sprecando tra l’altro una buona percentuale di concime azotato.

Insomma questa tecnica potrebbe non solo ridurre i costi di produzione per gli agricoltori ma essere un importante mezzo per rallentare l’aumento di gas serra nell’atmosfera. Fortunatamente secondo studi della FAO è una tecnica in forte espansione, che nel 2009 era già praticata su 111 milioni di ettari, crescendo ad un ritmo di ca. 6 milioni di ettari all’anno.

Stupisce (ma neanche tanto purtroppo) quanto sia ancora quasi sconosciuta in Italia, paese con molte criticità ambientali che ad ogni pioggia dimostra la fragilità del suo territorio che potrebbe essere molto diminuita grazie a queste pratiche.

Un’ultima considerazione: spostare un rullo o una seminatrice necessita di molta meno potenza che arare o rippare il suolo. E questo potrebbe avvicinare nel tempo l’utilizzo di mezzi elettrici anche in agricoltura.

 

 

5 risposte a “Cover-crop: l’agricoltura che aiuta il clima.

  1. bell’articolo; forse ci vorrebbe più link e di più numerosa origine, ma comunque bell’articolo

  2. Da ignorante mi sembrerebbe un no-till enhanced. Tutto molto bello ma ho impressione che sarà il consumatore che, dando valore al concetto di biologico potrà spingere la produzione in una data direzione, certo questo assieme a delle policy adeguate, di cui, peró, non é sempre facile governare gli esiti (l’agricoltore vuole massimizzare il profitto come ogni imprenditore, contano anche le ripercussioni su quello che succede anche fuori dai confini in un mercato globale, attenzione a non rendere più conveniente fare altro che non sia agricoltura come è successo in Nuova Zelanda)
    http://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.1002242
    Vi faccio però notare che nelle main crops il biologico ha rese inferiori, ed anche di parecchi punti percentuali
    http://serenoregis.org/wp-content/uploads/2012/06/nature11069.pdf
    Certo se riuscissimo a diminuire lo spreco di cibo in tutta la catena produttiva come dice la FAO aumenteremmo la disponibilità, se aumentasse la quota di vegetariani avremmo meno perdita di energia e terra netta, se mamgiassimo tutti in modo da non ingrassare l’eccesso di cibo non sarebbe un valore come lo è ora. Ma sono tutti se e ci avviamo verso una popolazione di 10 miliardi.
    Saluti e grazie.

  3. Speriamo bene. Ad oggi in generale la “no till agriculture” è stata perseguita semplicemente annaffiando l’intero Nord America di glifosato; vista la diffusione pervasiva di resistenze a questo ed altri prodotti, è abbastanza ovvio che occorrerà cambiare rotta.

    La tecnica esposta nell’articolo offre qualche speranza, varrebbe la pena tentare. Il passaggio critico sarà quello di sempre: vedere se possa reggere qualche annata agraria davanti agli assalti delle infestanti.

  4. L’agricoltura è una delle principali fonti di sostentamento per tutta l’umanità da sempre e, nel corso dei secoli, si è trasformata anche in una fonte di inquinamento. Numerose sono le pratiche messe in atto per risolvere il problema dei fertilizzanti e pesticidi che inquinano il solo. Anche gli strumenti agricoli si stanno sviluppando sempre di più giovando anche del supporto dei veicoli elettrici

  5. Pingback: L’anno passato, insieme | Risorse Economia Ambiente

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