Parigi val bene una messa?

Gli Accordi di Parigi implicano cambiamenti che la società in realtà non vuole affrontare.

Nel mentre, il futuro dell’industria petrolifera non è mai stato così incerto.

E in Italia c’è chi prova a cambiare le cose.

Di Dario Zampieri

La frase del titolo (senza punto interrogativo) è attribuita a Enrico III di Navarra, il quale verso la fine del ‘500, dopo una sanguinosa guerra civile per diventare re di Francia col nome di Enrico IV di Borbone accettò opportunisticamente di convertirsi al cattolicesimo abiurando il protestantesimo. Da allora questa espressione è diventata un modo di dire popolare per sottolineare l’importanza di una rinuncia, che vale la pena di fare per arrivare ad ottenere ciò che desideriamo. Il rispetto degli accordi di Parigi 2015, sottoscritti da quasi tutti gli stati del mondo, inclusi Cina e USA, implica un impegno che non è stato compreso nella sua essenza. La realizzazione di tali accordi implica un cambio di paradigma che la società in realtà non può permettersi.


A questo proposito, apriamo un breve inciso. Il necessario cambio di paradigma necessario è perfettamente spiegato dall’appello appena lanciato da un numeroso gruppo di docenti e ricercatori al Governo Italiano  che chiedono la convocazione urgente di una Conferenza Nazionale su cambiamenti climatici che definisca le scelte politiche di cui abbiamo bisogno. L’appello è sottoscrivibile da ogni cittadino.


L’attuale situazione mondiale è carica di incertezza e tensione. La disponibilità di petrolio non è affatto chiara, mentre i problemi legati alla sostenibilità dell’uso dei fossili, in particolare quello del riscaldamento climatico, diventano sempre più evidenti ogni giorno che passa. Gli economisti chiamano esternalità i fattori esterni alla normale analisi economica. Nel caso del petrolio e del gas, l’emissione di CO2 è una esternalità. Ma il fatto che i costi di un aumento della temperatura globale dovuta alle emissioni non siano inclusi nei progetti di produzione dei fossili non significa che siano nulli per la società. È possibile che la crescente preoccupazione della popolazione alla fine costringerà la politica a prendere delle decisioni concrete e non solamente demagogiche?

Se si vogliono raggiungere gli obiettivi enunciati a Parigi nel 2015, cioè la limitazione dell’aumento di temperatura “ben al di sotto” dei 2°C rispetto l’epoca preindustriale, è necessario ridurre drasticamente ed immediatamente le emissioni climalteranti (qua). Stante le difficoltà per realizzare ciò, o meglio la mancanza di segnali adeguati alla gravità della situazione, alcuni come James Hansen hanno definito gli accordi di Parigi un inganno. Del resto, anche azioni per realizzare “emissioni negative” tramite tecniche di estrazione della CO2 dall’atmosfera (CCS, BECCS, ecc.) sono per varie ragioni destinate a restare sulla carta come ipotesi dettate dal “tecno-ottimismo” (ne ho già parlato qua).

Circa l’87% dell’energia attualmente utilizzata deriva da tre combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. La parte rimanente è coperta per il 5% dall’energia nucleare e per l’8% da fonti rinnovabili. Tuttavia, per avere un 50% di probabilità di contenere l’aumento di temperatura nel 21° secolo entro i 2°C, un terzo delle riserve di petrolio, metà di quelle di gas e quasi il 90% di quelle di carbone dovrebbero rimanere sottoterra nel periodo dai nostri giorni fino al 2050.

Budget di CO2 da emissioni per combustione (in Gigatonnellate) disponibile fino al 2050 per rimanere entro i 2°C di aumento della temperatura rispetto l’epoca preindustriale, comparato con quello producibile bruciando le riserve di petrolio, gas, carbone e lignite. Sommando la CO2 producibile dalle riserve delle varie fonti fossili, si ottiene un budget di 2900 Gt, quasi il triplo di quello (tra 870 e 1240 Gt) disponibile per contenere l’aumento di temperatura (da McGlade & Ekins, Nature v. 517, 8 gennaio 2015).

 

Le riserve accertate, ma che per vari motivi non possono esser prodotte, sono note col nome di “Stranded assets”(patrimoni non recuperabili). Ovviamente, asset che diventano “stranded” producono una diminuzione del valore finanziario della compagnia detentrice. Se tale processo diventa globale, il rischio di una crisi finanziaria è assicurato, mentre per contro verrebbe a mancare buona parte dell’energia necessaria alla società. Dunque, tradurre in realtà l’accordo di Parigi, cioè accettare di “andare a messa”, significa infliggere un colpo mortale al sistema economico BAU(Business As Usual, cioè che vuole mantenere l’attuale modello di sviluppo). Altro che “decrescita felice”, sarebbe semplicemente l’improvvisa fine della festa, che si avvia comunque alla conclusione (ad esempio si veda Randers qua). Questo dovrebbe esser noto a molti (in realtà a quei pochissimi che si informano sull’argomento), compresi i politici che hanno sottoscritto l’accordo parigino, però non si può dire!

Questione climatica a parte, tra le incertezze e le confusioni che attengono l’industria petrolifera, due sono particolarmente rilevanti:

  1. il mondo è “finito” e c’è rimasto poco petrolio economico e facile da scoprire. Le riserve rimanenti di olio convenzionale sono concentrate nell’area del Golfo del vicino oriente. Tuttavia c’è ancora molto petrolio nel sottosuolo, ma per la maggior parte non influisce sul picco del petrolio a causa dei costi di estrazione superiori ai limiti posti dall’economia.
  2. La quantità di gas naturale che è fisicamente disponibile ha un contenuto energetico almeno pari a quello del petrolio. Poiché rimangono ulteriori opportunità di esplorazione, le quantità possono essere anche maggiori rispetto alle stime attuali delle riserve. Ma l’entità degli investimenti richiesti è tale da non potersi adeguare ai rapidi cambiamenti che caratterizzano l’attuale situazione industriale. Una situazione analoga si verifica per l’industria del nucleare che ha visto la recente bancarotta della Westinghouse e l’abbandono della costruzione di due centrali in South Carolina.

La prima individuazione di un momento di “picco” fatta da Hubbert riguardava solo il petrolio convenzionale estratto in terraferma negli USA, predicendo un massimo della produzione nel 1970. Il picco della produzione mondiale era previsto per la prima decade del 21° secolo. Entrambe queste previsioni si sono dimostrate essenzialmente corrette, con gli anni ’70 e 2000 caratterizzati da alti prezzi del petrolio e conseguente rallentamento dell’economia. Ma l’analisi di Hubbert riguardava solo le riserve di petrolio convenzionale e c’è molta incertezza su quanto petrolio non-convenzionale aggiuntivo (sabbie bituminose, mare profondo, artico, scisti, ecc) sia disponibile. Una cosa però è certa: sarà più costoso. Sia in termini monetari (ROI: Return On Investment) che energetici (ERoEI: Energy Return on Energy Invested), le riserve non convenzionali costeranno più di quanto siamo abituati a pensare e probabilmente anche più di quanto possano sopportare alcuni settori produttivi e larghi strati di popolazione del pianeta.

La lunghezza dei cicli di investimento di capitale necessari per i progetti di olio e gas implica che, tra i fattori da considerare nel progettare il futuro dell’industria, bisogna aggiungere gli effetti delle oscillazioni del prezzo del greggio.

Il periodo 1973-1985 è stato un periodo di prezzi alti del petrolio. Ma dal 1983 la nuova produzione dall’Alaska, dal Mare del Nord, dal Messico e da altri progetti non-OPEC ha immesso molto nuovo petrolio nel mercato. Per parecchi anni l’Arabia Saudita ha diminuito la produzione per mantenere alto il prezzo, ma nel 1985 si è arresa accettandone la diminuzione. L’aumento della produzione e la diminuzione del prezzo avrebbero dovuto esser previsti, ma non lo furono, almeno non da tutti nell’industria petrolifera. La decade di alti prezzi aveva creato aspettative di soli aumenti della maggior parte della gente. Il declino del prezzo del barile verificatosi dal 2014 ha alcune somiglianze col collasso degli anni ’80. Attualmente vi è nei mercati un eccesso di offerta, e le compagnie sono in lotta per mantenere le aspettative generate nella decade immediatamente precedente il declino del prezzo, quando per lungo tempo avevano potuto contare su prezzi particolarmente elevati. Ciò ha comportato l’abbandono o il rinvio di molti progetti di ricerca ed estrazione, cosa che verosimilmente porterà a minore disponibilità di petrolio e quindi a prezzi ancora alti nel prossimi anni. Gli ottimisti interpretano queste oscillazioni come un aggiustamento del mercato, ma poiché la risorsa è “finita” e le nuove riserve avranno un ERoEI molto più basso, i giorni dei prezzi bassi saranno presto la storia, sebbene Gail Tverberg la pensi in modo diverso (qua).

Tuttavia, non è solo la finanza di progetti e programmi che determinerà l’evoluzione dell’economia dell’industria del petrolio. Vi sono una serie di altri fattori non finanziari. In fondo il petrolio può esser visto come uno dei numerosi minerali che sono estratti dalla terra e il declino dell’ERoEI è analogo a quello dei giacimenti di minerali nei quali l’elemento ricercato risulta sempre meno concentrato. Due sono i fattori che aumentano i costi: la dispersione del minerale e il costo crescente dell’energia che serve per l’estrazione. Questo vale anche per la terra coltivabile e per l’acqua. Senza l’acqua la produttività agricola decresce.

La competizione di altre forme di energia non può essere ignorata, sebbene anche in questo caso le prospettive non siano del tutto chiare. Le celle fotovoltaiche, le turbine a vento, i sistemi termici solari, gli impianti nucleari e idroelettrici sono tutte opzioni che richiedono fonti fossili nella fase di costruzione, il che rende difficile valutare i benefici economici veri di queste fonti (ancora Gail Tverberg qua).

La popolazione globale rappresenta un altro aspetto di incertezza. Uno può calcolare il GDP/persona che intende raggiungere, il che porta che il GDP di India e Cina a dominare le previsioni energetiche. È possibile aggiustare queste previsioni con differenti assunzioni circa il cambiamento del rapporto GDP/energia richiesta (grossolanamente, l’efficienza), specialmente ignorando il paradosso di Jevons.

A questo complesso quadro dobbiamo aggiungere altri due ingredienti: finanza e politica. I modelli finanziari usati dall’industria petrolifera sono costruiti attorno al dollaro. Il futuro finanziario delle decisioni dell’industria petrolifera dipende non solo dalla correttezza dei modelli rispetto la moneta attuale, ma anche rispetto la moneta del futuro, che potrebbe non esser più il dollaro.

Attualmente il sistema economico mondiale sta cambiando molto rapidamente, dopo un periodo di cambiamento lento tra circa il 1945 e il 2005. Oltre alle conseguenze del picco del petrolio convenzionale, l’approccio BAU economico-politico sta incontrando ritorni marginali decrescenti su tutti i fronti.

Gli USA hanno attualmente una leadership politica ispirata al populismo, che è ostile alle misure per affrontare il cambiamento climatico. Ma i politici non possono opporsi alle leggi naturali fondamentali. Quando una fonte fossile è bruciata, non è più disponibile. In un pianeta “finito” una volta usata ce ne sarà di meno per il futuro, mentre quella che rimane sarà generalmente più costosa.

Senza una direzione chiara e stanti i vincoli di capitale, alcune compagnie faranno opportuni investimenti a dispetto di altre. Nel decennio passato BP ha provato senza riuscirci a diventare partner della Russia nella fornitura di idrocarburi all’economia globale. Fino a poco tempo fa Shell sembrava indirizzare i suoi capitali verso le avventure artiche. Tutte le grandi compagnie hanno partecipato alla corsa al tight oil e gas. Ma esistono pareri discordanti su cosa sia effettivamente conveniente. Nel frattempo, i tight plays sono la risorsa di frontiera con i capitali di investimento minori, e dunque la migliore possibilità di muovere l’incertezza verso un rischio controllato con eventuale guadagno finanziario. Ma la quantità di idrocarburi ricavabili dal tight non può esser grande quanto quella presente in ambienti difficili o in aree ad alto rischio politico. L’obiettivo primario delle compagnie è di far denaro e secondariamente di fornire energia alla società. Sembra di poter concludere che l’incertezza politica, cioè il dibattito sulla opportunità di “andare a messa” per rispettare gli accordi di Parigi, sarà ancora più importante nel determinare che cosa diverrà l’industria del petrolio nel prossimo futuro.

 

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4 risposte a “Parigi val bene una messa?

  1. Credo che tutte le analisi che tentano di spingersi parecchio nel futuro abbiano un limite nel fatto che danno per scontato che l’economia globale rimanga sostanzialmente globalizzata e monetarizzata; con dinamiche del tipo domanda/offerta abbastanza intatte. Io penso invece che quando la crisi comincerà a mordere sul serio i modelli economici cambieranno molto rapidamente, per esempio tramite la militarizzazione di interi settori e/o interi paesi. Ciò cambierebbe drasticamente i parametri economici e finanziari dei modelli, ma non quelli geologici ed energetici.

    • la riduzione del consumo di energia pro capite da 6000 w a soli 2000 w non potrà certo essere ottenuta collo stesso buonismo con cui è stato ottenuto l’aumento.

      • comunque è una novità che qualcuno cominci a dire le cose come stanno. Sviluppo sostenibile è un ossimoro e l’unica strada percorribile per non trasformare in deserto mezza Italia è passare da una società liberista consumistica ad una con molti meno diritti e quindi militarizzata.

  2. Non auspico la soluzione proposta da mago, anche perché non si tratta solo di un problema italiano. Tuttavia, non c’é dubbio che l’evoluzione della tempesta perfetta in cui l’umanità si è cacciata porterà a limitazioni del concetto di conquiste democratiche, realizzate in occidente nella seconda metà del secolo scorso, quando la festa era nel pieno svolgimento e sembrava non dover più finire. Del resto da almeno una quindicina di anni stiamo già sperimentando il venir meno di “diritti” che sembravano dati una volta per tutte.

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