Siria ed Iraq: sogni fossili (seconda parte)

Di Dario Faccini  (la terza parte è disponibile qui)

middle east sunniri sciiti curdi

Fig. 4. Diffusione in Medio Oriente delle due principali confessioni Islamiche (Sunnita e Sciita) e dell’etnia Curda.

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Dopo aver visto, nella prima parte, la dimensione petrolifera della questione siro-irachena, ora consideriamo anche la dimensione etnico-religiosa, forse ancor più importante per capire quali siano le forze in gioco. Con queste premesse presenteremo quindi una sintesi dell’evoluzione della situazione degli ultimi tre anni in Siria.

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Religione, Etnie e Contrapposizioni

L’Islam è diviso in varie confessioni tra cui le due principali, Sunniti e Sciiti si sono differenziate appena dopo la morte di Maometto nel 632 d.C. I Sunniti rappresentano circa l’87-90% degli islamici, mentre gli Sciiti circa il 10-13%[2]. Il concetto di Jihad (guerra santa) è storicamente appannaggio dei Sunniti, benché sia presente anche nella dottrina Sciita. In Medio Oriente, gli Sciiti rappresentano il 90-95% della popolazione in Iran, il 60-70% in Iraq, il 27-40% in Libano e il 15-20% in Siria.

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Questa divisione si riflette nella guerra fredda tra Arabia Saudita e Iran, le due principali potenze petrolifere dell’area che si affrontano indirettamente in stati terzi mediante finanziamenti e appoggio alle fazioni in gioco.

La famiglia reale Al-Saud governa l’Arabia Saudita dal 1926, quando sconfisse il capo della rivolta araba contro i Turchi, e trae legittimazione come protettrice della confessione Sunnita, nella forma ultraortodossa del Wahhabismo, e dalla custodia di due dei più importanti luoghi santi dell’Islam, la Mecca e Medina. Il petrolio, scoperto nel 1938, rappresenta il 75% del bilancio dello stato e il 40% del PIL. Storicamente legati agli USA, dai quali comprano armamenti ad alta tecnologia e vendono il petrolio, i Sauditi finanziarono negli anni ’80 la resistenza afghana in funzione antisovietica, continuando poi con al-Qaeda e con vari movimenti armati jihadisti, probabilmente anche per dirigere all’esterno le spinte fondamentaliste interne.

L’Iran è uno stato a maggioranza Persiana (gli Arabi sono solo il 2%), guidato dal 1979 da un Leader della Rivoluzione, espressione dei teologi Sciiti, e da un Presidente eletto a suffragio universale tra i candidati giudicati “accettabili”. “Stato canaglia” per gli USA, che comunque nella guerra Iraq-Iran degli anni ’80 hanno dato appoggio ed armamenti ad entrambe le parti in lotta, l’Iran è attualmente sotto pesanti sanzioni internazionali per via del suo programma nucleare. In Iran il petrolio rappresenta il 45% del bilancio dello stato. In conseguenza delle elezioni democratiche avvenute nell’Iraq post-Saddam, il governo iracheno è espressione della maggioranza sciita: ciò ha contribuito al riavvicinamento politico dei due stati confinanti. E’ importante sottolineare che la maggior parte dei luoghi santi per gli Sciiti si trovano nell’Iraq meridionale.

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A livello etnico sono da menzionare invece i Curdi, una popolazione iranica forte di 30 milioni persone, presente nelle regioni settentrionali di Siria, Iraq, Iran e in quelle meridionali della Turchia. I Curdi hanno una propria lingua, sono ben organizzati e aspirano a creare un loro stato, il Kurdistan, in tutte le zone dove sono presenti, questo indipendentemente dalla loro confessione religiosa. Finora, l’unico territorio curdo dotato di una certa autonomia si trovava nel nord dell’Iraq a seguito della Seconda Guerra del Golfo, ma questa situazione è evoluta negli ultimi anni, per cui una parte del nord della Siria è adesso abbastanza saldamente in mano curda.

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Siria: dalla Primavera Araba alla Jihad

Nel marzo 2011 la Siria viene attraversata da una serie di proteste contro il regime del partito Ba’ath, incarnato dal presidente Bashar al-Assad. Le motivazioni sono le stesse delle altre primavere arabe e all’inizio sono di stampo prettamente laico: insofferenza verso un regime a partito unico e la corruzione, l’assenza di libertà individuali, lo stato di povertà di larghe fette della popolazione.

Il governo reagisce duramente, favorendo così sia il dilagare delle proteste in tutte le città, sia il loro inasprimento. In rifiuto ai massacri sui civili, l’esercito siriano registra numerose diserzioni che confluiscono in massima parte nel nuovo Esercito Siriano Libero (ESL), la principale forza militare d’opposizione che in seguito coordinerà per un certo periodo anche le azioni svolte dalle altre milizie. L’ESL ottiene importanti vittorie e diventa interlocutore degli USA, Francia, Inghilterra e Turchia, dalla quale in particolare riceve aiuti militari attraverso il confine e protezione dei suoi vertici fuori patria.

Dall’inizio del 2012 la situazione inizia a complicarsi: si affacciano sulla scena varie milizie fondamentaliste jihadiste di dottrina sunnita, che nel tempo crescono in numero e armamenti, finanziate dai paesi del Golfo Persico, soprattutto l’Arabia Saudita e il Qatar. Tra tutte, spicca il neocostituito Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, formato da combattenti siriani in Iraq che tornano in patria con l’obiettivo di instaurare la Shari’a (la legge islamica). Da subito questo gruppo si contraddistingue per una strategia più violenta, anche con l’uso di attentati suicidi.

Il governo siriano dal canto suo riceve l’aiuto della Russia, che dal ’71 ha una base navale a Tartus (oggi l’ultima base rimasta alla Russia fuori patria). Inoltre, essendo il partito siriano Ba’ath di dottrina sciita (alawita), riceve l’aiuto in armi e denaro anche dall’Iran e dall’Iraq. Infine, per compensare le defezioni nell’esercito, il governo intensifica l’utilizzo di bande formate dalla criminalità comune, che impiega per le azioni più violente contro i ribelli, tanto da creare seri problemi di fronte alla comunità internazionale.

In luglio il movimento curdo, alleato degli insorti, si organizza e in un meno di un mese, senza quasi colpo ferire, occupa l’intero kurdistan siriano.

Sotto il coordinamento dell’ESL, i vari gruppi armati attaccano Damasco e Aleppo. In entrambe le città i governativi sono costretti a cedere terreno, ma in qualche modo resistono alla conquista completa. Il vento sta cambiando: l’atteggiamento della parte di popolazione sciita e cristiana si volge contro le formazioni fondamentaliste sunnite, ree di aver compiuto massacri contro le altre minoranze civili. In tutte le grandi città si formano spontaneamente i Comitati Popolari, prima a scopo di autodifesa dai ribelli sunniti e successivamente affiancati all’esercito governativo. I ribelli conquistano comunque tutto il nord del paese e ampie zone rurali.

Il 2013 vede le formazioni fondamentaliste jihadiste diventare sempre più potenti ed autonome dal coordinamento dell’ESL, tanto da occupare vaste aree orientali ed assicurarsi gli attraversamenti con il confine iracheno, da cui far giungere ulteriori miliziani.

Nel frattempo l’Iran, temendo la caduta del governo sciita siriano e l’indebolimento della “mezzaluna crescente sciita” (formata da Iran, Iraq meridionale, Siria ed Hezbollah libanese), promuove l’intervento diretto nel conflitto siriano delle milizie Hezbollah. La mossa è azzeccata: con questo nuovo rinforzo, l’esercito regolare siriano ottiene numerose vittorie. Il fronte ribelle vacilla sia sul campo che internamente, con accuse incrociate tra i vari comandi.

A metà 2013 il Fronte al-Nusra viene affiancato da un’altra formazione composta da miliziani jihadisti non siriani, provenienti dall’Iraq: lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (a volte della Siria), abbreviato in ISIL o ISIS. Le due formazioni dovrebbero fondersi insieme, ma i rispettivi leader non trovano un accordo. Insieme si volgono comunque contro l’ESL, con accuse eresia e di essere al soldo USA. Il fronte ribelle si spacca, ormai è tutto contro tutti: ESL, Curdi e Jihadisti. L’ESL viene battuto a più riprese nel nord del paese, a vantaggio dei Jihadisti, perdendo così progressivamente d’importanza, mentre i Curdi difendono e mantengono le posizioni già acquisite.

Il 2014 si apre con un ulteriore frazionamento dei ribelli: l’ISIS riceve la “scomunica” di al-Qaeda ed entra in conflitto con gli altri movimenti Jihadisti, compreso il Fronte al-Nusra, con il quale si contende il controllo dei giacimenti di gas e petrolio nell’ovest siriano. La possibilità di vendere al mercato nero, o persino direttamente al governo siriano, una parte della produzione fossile precedente al 2011, permette ai Jihadisti di fare un salto qualitativo. Con un flusso di risorse finanziarie costanti e consistenti si possono rendere più indipendenti dai finanziamenti del Golfo Persico, possono pagare più miliziani, comprare più armi e radicarsi territorialmente costituendo uno stato, anche sociale, alternativo a quello del governo. Si rafforzano inoltre in questo periodo i sospetti di accordi tra il governo e Jihadisti, con l’obiettivo comune di interrompere il supporto occidentale ai ribelli laici (ESL): diventano frequenti, e nel caso del gas naturale sistematiche, le cessioni di combustibili ai governativi in cambio di elettricità e dell’immunità dai bombardamenti aerei. In definitiva, è il governo siriano a trarre parziale vantaggio da questa evoluzione, con ulteriori vittorie sul campo ed il diffondersi a livello mediatico internazionale della percezione che la ribellione abbia ormai una matrice jihadista.

Il conflitto continua tutt’ora, con la situazione sul territorio che a giugno 2014 appariva come nella mappa seguente (fig. 5).

Syrian_civil_war

Fig 5. Fonte: wikimedia commons (qui per una mappa costantemente mantenuta aggiornata)

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la terza parte è disponibile qui

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Note

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[2]http://www.pewforum.org/2009/10/07/mapping-the-global-muslim-population/

4 risposte a “Siria ed Iraq: sogni fossili (seconda parte)

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